Napolitano Anzitutto consideriamo il ruolo e la figura del Presidente emerito, Giorgio Napolitano. Osiamo supporre che avesse già sufficientemente chiaro che sarebbe stato subito sostituito alla Presidenza e molto probabilmente già sapeva chi sarebbe stato il suo successore. È possibile che sia stato lui a indicare il nome di Mattarella a Renzi: ma questo non si saprà mai. Il fatto che Napolitano abbia pubblicamente ribadito il suo sostegno per Mattarella al momento dell’elezione di quest’ultimo lascia supporre che tale ipotesi sia fondata. È difficile credere che si sarebbe dimesso dopo i sofferti, dilaceranti, problematici due anni supplementari al suo settennato se non avesse avuto certezze sulla sua successione: perché Napolitano è persona dal fortissimo senso della responsabilità istituzionale e ben conscio della necessità di garantire continuità e credibilità alle istituzioni nel pedriodo della maggiore crisi esperita dalla Repubblica. E questo senso di responsabilità gli deriva proprio dall’essere autorevole esponente della Prima Repubblica, e del contesto proprio di quel “sistema” di governo incentrato sulla Dc. Certo, Napolitano era del Partito comunista. Ma proprio qui sta il punto: che il Pci, o almeno alcune sue parti, hanno da bell’inizio fatto parte del “sistema” Dc. Al di là della retorica di partito, i principali dirigenti del Pci postbellico sapevano bene come si doveva reggere il delicato equilibrio di forze su cui si fondava la vita politica del paese. Perché l’Italia di allora, e fino al crollo del Muro di Berlino, era al confine tra “blocco” occidentale e “blocco” orientale, tra mondo capitalista e mondo sovietico. Ma stava dalla parte occidentale di tale frontiera geopolitica e ideologica, né mai avrebbe potuto passare dall’altra parte. La situazione politica dell’Italia di allora era in parte simile a quella della Germania: la parte preponderante era in Occidente, una sua porzione era legata a Mosca. La Germania era divisa in due da un confine geografico, l’Italia aveva un meno visibile e più permeabile confine ideologico interno. Ovviamente, c’era nelle file del Pci chi faceva parte del mondo sovietico. Tra questi si trovava Pietro Secchia, la cui tendenza ideologico-militarista si ritrovò espressa nel terrorismo brigatista che insanguinò l’Italia degli anni Settanta: proprio mentre la parte preponderante del partito, sotto l’egida di Enrico Berlinguer, maturava una sempre più esplicita intesa con la Dc di Aldo Moro. Intesa interrotta proprio dai nipotini di Secchia, gli assassini di Moro, ligi alla logica della spartizione del mondo in sfere di influenza. Ma Napolitano, insieme con Giorgio Amendola, ha sempre espresso la parte più attenta, aperta e dialogante del Pci. Quella, potremmo dire, più patriottica, meno allineata alla logica della sottomissione all’impero sovietico. Una tendenza che non aveva alcunché a che vedere col cattocomunismo, ma che si fondava semplicemente sul riconoscimento del fatto che gli interessi autentici di una nazione come l’Italia non possono essere racchiusi in manifesti ideologici o espressi in manifestazioni estreme.   Il “sistema” dc Più che un partito. Si suol dire che la prima Repubblica sotto l’egida democristiana fosse perennemente in crisi, che i frequenti cambi di governo ne impedivano una solida continuità: sono pregiudizi vacui. Frutto della logica di chi desiderava esercitare un controllo esterno al paese, e che pertanto coglieva ogni opportuità per gettare fango su chi considerava estraneo alla propria linea politica. In realtà i governi democristiani sono stati pochi. Il primo, postbellico, esercitato dallo schieramento del Cln, con la partecipazione del Pci di Togliatti sotto l’egida di De Gasperi: il momento della compilazione della Costituzione e della ricostruzione. Il secondo, senza il Pci: la guerra in Corea e il calare della “cortina di ferro” si rifletteva così in Italia. Il terzo, con l’introduzione del Psi nell’alleanza governtiva, logica continuazione del desiderio sempre mantenuto nella Dc di non governare da sola ma con alleati rappresentativi di altre tendenze politiche e interessi economici e ideologici. Questa scelta fu compiuta da De Gasperi nell’immediato dopoguerra: avrebbe potuto governare da solo, ma volle l’alleanza con Psdi, Pci, Pri, Pli. Mai si deprecherà sufficientemente l’errore del Pci di opporsi a quella che chiamò “legge truffa”, che avrebe consentito un premio di maggioranza già del 1953. Con quella legge l’Italia avrebbe potuto godere di maggiore indipendenza, perché i suoi governi democristiani sarebbero stati meno assogettati al ricatto di forze esterne, alcune delle quali maggiormente legate alla logica della divisione del mondo in blocchi. Il quarto cominciò nel 1963, nel periodo di alleanza col Psi, apertosi grazie all’impegno di Amintore Fanfani e di Aldo Moro, che ne fu il presidente. Col centrosinistra maturò la politica di erodere l’influsso politico dei sovietici, associando a responsabilità condivise le forze che altrimenti potevano essere assoggettate al potere comunista. Il Psi era stato in precedenza fortemente condizionato dal Pci con cui aveva dato vita nel ’48 al “fronte popolare” che avrebbe potuto evolvere in una formazione politica di stampo prevalentemente sovietico. Va ricordato che il passaggio al centrosinistra avvenne nel periodo in cui negli Stati Uniti prevaleva l’orientamento di J.F. Kennedy che guardava alla possibiltà di dialogare con l’Urss pur nell’ambito di una decisa competizione. Kennedy metteva la politica prima della logica dello scontro. Il quinto cominciò nel 1976, ancora grazie a Moro che, d’intesa con Berlinguer, cercava di estendere alla collaborazione col Pci la logica che aveva portato alla maturazione del centrosinistra. Berlinguer aveva negli anni precedenti sgnalato la sua parte di questa strategia di avvicinamento indicando che mai avrebbe voluto che l’Italia finisse come il Cile di Allende (rovesciato nel settembre 1973 da Pinochet con un golpe cruento): fu la politica del “compromesso storico” e dello “eurocomunismo”. Questi termini rappresentavano le caute espressioni di movimenti legittimi, che non potevano essere totalmente esplicitati, proprio perché esulavano dalla logica delle sfere di influenza. Ma, va sempre ricordato, l’Italia era nella sfera occidentale, quindi in realtà il problema per Berlinguer era, da un lato come portare i militanti del suo partito a convincersi che avrebbero potuto far evolvere la loro ideologia, dall’altro come avrebbe potuto staccarsi da Mosca senza subirne serie conseguenze: c’era, appunto, ancora Secchia che compilava libelli che spiegavano come condurre la guerriglia in Italia, e, inoltre, si dice che il Pci fosse finanziato in parte da Mosca per il tramite di Cosutta (che non a caso dopo la svolta della “Bolognina” contribuì a dar vita a Rifondazione comunista). Il sesto cominciò nel 1980 col pentapartito che emerse sulle ceneri del progetto di Moro e Berlinguer: il Psi allora era solidamente nelle mani di Craxi che nel 1981 svolse un grande congresso a Palermo. Le malelingue sostengono che la location fu scelta per ottenere i consensi della mafia. Il Pentapartito è stata l’ultima fase del governo a egemonia democristiana: seguirono i governi Spadolini (1981) e Craxi (1983) a segnare l’inzio della sua fine. L’egemonia democristiana si spense tuttavia solo con la sua dissoluzione a seguito della caduta del Muro e di Mani Pulite. Per il semplice fatto che, cessata l’urgenza di una contrapposizione frontale con la minaccia sovietica, e dopo il grande scandalo della corruzione, la Chiesa pensò bene che era tempo di lasciare perdere il sostegno alla Dc.   La seconda repubblica La seconda repubblica nacque con l’idea di Berlusconi di lanciare Forza Italia, raccogliendo in funzione puramente demagogica il vessillo di un anticomunismo ormai stantio e privo di ragion d’essere. Le forze craxiane e andreottiane diedero il loro contributo in fatto di capacità organzzative. Qui c’è da evidenziare un aspetto rilevante. Quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia nel 1943, il terreno era stato preparato da un accordo con elementi della mafia. Nulla di nuovo: lo stesso era avvenuto quando Garibaldi decise di lasciar perdere le cautele cavouriane e di lanciarsi nella spedizione dei Mille. Beninteso, non sappiamo se la mafia sia mai stata un’entità monolitica e strettamente gerarchizzata, ma era il “potere di fatto” dell’isola e veniva comoda per promuovere passaggi politici e strategici rilevanti. Sulla storia dei rapporti tra gli Americani e la mafia molto è stato scritto da molti ed appare evidente che vi fossero contiguità nella corrente andreottiana della Dc, probabilmente perché Andreotti aveva ereditato quei rapporti dall’influsso transatlantico. Gli statunitensi non sono noti per essere andati per il sottile nei loro tentativi di esercitare influenza politica in funzione antisovietica: con la loro ideologia pragmatica, tendevano a guardare dove potessero ottenere risultati il più rapidamente possibile. Di qui il fatto che da un lato sono stati mossi dall’idea di diffondere la democrazia e di arginare le dittature di ogni colore, ma dall’altro facilmente si sono lasciati invischiare in gruppi locali di dubbia provenienza, a volte attuando scelte belliciste che regolarmente gli si rivolgono contro (dal Vietnam all’Iraq). Com’è noto, di buone intenzioni son lastricate le vie dell’inferno e la fretta fa i gattini ciechi; poi siccome pecunia non olet, quando si guarda troppo al dio denaro è facile passare disinvoltamente sopra altri problemi. La Dc, grazie alla pazienza e all’antica saggezza di derivazione ecclesiastica, riusciva a metter assieme la capacità di dialogare con gli americani e contemporaneamente con quelli che loro consideravano nemici giurati, ovvero chiunque potesse ricadere sotto il sospetto di avere inclinazioni comunisteggianti. E quell’accortezza, quella capacità di dialogo e di mediazione, di cui Aldo Moro fu un maestro, è finita col partito stesso.   L’era berlusconiana Se l’epoca democristiana è stata caratterizzata da moderazione e tolleranza, da dialogo e desiderio di mediazione tra le parti, siano queste sindacati o Confindustria, Usa o Urss, forze produttive o poteri finanziari, l’epoca berlusconiana è stata caratterizzata dal tentativo di usare il racconto dell’anticomunismo per favorire interessi di parte. L’esplosione del debito pubblico italiano è avvenuta nel periodo del governo Craxi, dal 1983 in poi, e, malgrado i molteplici proclami, è continuata con i governi berlusconiani. Le condizioni sociali non sono migliorate in nulla: il debito pubblico accumulato non ha avuto riscontri positivi sulla vita della gente, come sarebbe avvenuto se si fosse seguita una politica keynesina. È stato debito gettato, capitale che si è accumulato nelle tasche di pochi o nei conti nascosti in mercati off-shore. L’asse portante del potere berlusconiano è stato lo spettacolo televisivo di facile presa sul pubblico. Nell’era berlusconiana la politica non è stata più una palestra di idee, un terreno su cui confrontare soluzioni di problemi concreti, bensì il palcoscenico sul quale intepretare ruoli capaci di strappare l’applauso del pubblico. Di qui il proliferare delle inchieste demoscopiche volte a conoscre l’opinone delle persone per uniformarsi a questa al fine di goderne e gestirne il consenso. Beninteso, la demagogia è da sempre intrinseca alla politica di ogni tendenza e di ogni colore, ma il politico vero è più che un demagogo: è qualcuno che sa ergersi a difesa degli interessi comuni, e quando la maggioranza non li comprende, sa rivolgersi a questa per convincerla. Molti esponenti politici della “prima” Repubblica hanno avuto questa qualità: erano persone che avevano conosciuto la guerra e conoscevano la preziosità della pace; avevano consciuto lo sfregio delle eccesive contrapposizioni e conoscevano la virtù della collaborazione al di sopra degli interessi di bottega. Nell’Italia di cui Berlusconi è stato il principale esponente – esponente, non leader, un’Italia che non è stata da lui conformata, ma da lui assecondata nei suoi vizi – lo spettacolo è diventato tutto ed è svanita l’idea che si dovesse costruire qualcosa, collaborare per preparare un futuro migliore.   L’illusione dell’alternanza La cosiddetta seconda Repubblica avrebbe dovuto fondarsi sul sistema dell’alternanza tra uno schieramento di destra e uno di sinistra. Non ha mai funzionato. Già i termini usati ne spiegano la ragione: non s’è mai parlato di “destra” e “sinistra” ma sempre di “centrodestra” e di “centrosinistra”. Per il semplice fatto che nessuno vuole riconoscersi per essere decisamente di una parte o dell’altra: in Italia c’è solo il centro, il resto conta solo come manifestazione marginale, magari idealistica. E, al di là dei termini, ci sono i fatti: il primo governo Berlusconi è presto caduto per l’abbandono della Lega. La risposta è stata cercare di formulare un meccanismo elettorale che desse maggiori garanzie di evitare cambi di shieramento o abbandoni dello schieramento scelto prima delle elezioni. Insomma, s’è cercato di inserire a tutti i costi il sistema politico italiano in un formalismo che non gli appartiene. E infatti non ha funzionato: non con Prodi, non ha funizonato ancora con Berlusconi che ha visto l’uscita di Fini dal mega gruppo di “centrodestra” che ha tentato di costituire, non ha funzionato con Letta che s’è visto estromesso dal rivolgimento interno al suo proprio partito. Ha funzionato un’altra cosa: Renzi. Perché Renzi s’è mosso secondo le modalità garibaldine: attaccare frontalmente e senza tentennamenti, con sfacciataggine. Il sistema garibaldino in Italia funziona, ma ci vuole chi lo sappia interpretare nel modo giusto: non è propriamente un sistema, ma un’esplosione momentanea (anche se alle volte può durare un ventennio). Quanto al “sistema” s’è visto che l’alternanza è rimasta un miraggio perché quelli che dovrebbero essere schieramenti contrapposti tendono a sfaldarsi sotto la spinta dei molteplici interessi particolari. Negli Stati Uniti l’alternanza funziona perché il sistema di due partiti non è formalizzato dalla legge, ma è intrinseco all’evoluzione storica del paese. Ci sono mille altri partiti, ma quelli che “funzionano” sono sempre e solo quei due, Repubblicano e Democratico, e il loro articolatissimo e laboriosissimo sistema di elezioni primarie. Anche in Germania funziona un sistema di bipartitismo con alternanza, per quanto il sistema elettorale sia diversissimo. Gli è che, sia negli Usa, sia in Germania c’è una cultura politica fondata su un tipo di orgoglio nazionale e di senso dell’importanza del proprio paese, che in Italia manca. Qui da noi prevale in senso del “particulare” e nessuna legge elettorale cambierà questa caratteristica. La Dc ha funzionato perché ha saputo conciliare le molteplici particolarità nella propria unità, stabilendo alternanze interne che tendevano a soddisfare ora l’uno, ora l’altro, tenendo conto più o meno di tutti i poteri reali esistenti, ma cercando di compaginarli con gli interessi e le necessità della gente, in una prospetiva fondata sulla cultura della grande tradizione dell’umanesimo cristiano. Che è la vera cultura italiana e l’unica che può superare l’handicap dell’affannosa, perenne ricerca di soddisfare gli interessi particolari.   Un ritorno della Democrazia cristiana? L’Italia democristiana è stato uno dei primi paesi al mondo a dotarsi di centrali nucleari. Con l’Eni di Mattei ha aspirato all’indipendenza energetica e allo sviluppo di una forte industria chimica. Con Adriano Olivetti ha aspirato a una presenza cospicua nel mondo dell’elettronica. Negli anni ’80, gli anni del craxismo, tutto questo è stato smantellato. Si noti che i personaggi chiave dello sviluppo industiale italiano, Mattei e Olivetti, erano legati alla sinistra democristiana. Ma quelle operazioni che indicavano una via dell’indipendenza nazionale pur nel mezzo del mondo diviso in due della guerra fredda, furono realizzate grazie a una politica di accorta diplomazia – e se a un certo punto sono fallite, è stato a causa di forti ingerenze esterne. La morte (assassinio) di Enrico Mattei (1962) e l’assassinio di Aldo Moro (1978) sono stati due punti di drammatica involuzione, due momenti in cui l’Italia ha perso pezzi fondamentali della propria indipendenza. In periodi più recenti, dopo la fine della Dc, per quanto la Chiesa italiana avesse deciso di astenersi dall’impegno politico, c’è stato un evidente supporto da parte di alcuni settori, si dice del Vaticano, verso i governi di Berlusconi. Difficile sapere quale fosse la logica che presiedesse a tale scelta: forse la mancanza di una alternativa credibile. Dopo gli ultimi rivolgimenti: il “rigor mortis” introdotto dal tecnico Monti, la successiva minaccia del dissolversi della politica nel qualunquismo, dovrebbe essere chiaro che il bipartitismo, tanto auspicato e inseguito nell’era post-Dc, non fa per l’Italia. Un sistema di tipo democristiano, capace di raccogliere le istanze delle varie parti in un centro amplissimamente articolato, con diverse forze politiche di contorno a rappresentare specifici interessi di parte, potrebbe essere ricostituito. Le forze specifiche di contorno, stabilita una soglia minima di voti per l’accesso al Parlamento, facilmente nascono dai tanti interessi particolari. Il problema politico è quello di ritrovare un sistema di equilibrio capace di rappresentare diverse istanze ma in modo armonico. La Dc non potrà essere rifondata perché non c’è un De Gasperi capace di farlo: ma può nascere in modo “naturale” dalle potenzialità realizzatisi nella circostanza della crisi abilmente pilotata da Napolitano prima tirando fuori dal cappello Monti allo scopo di ridare credibilità internazionale a un’Italia prostrata e affogata nel pantano berlusconiano, poi favorendo l’elezione di Mattarella. Se la “sinistra” dc già esiste all’interno del Pd, gli altri elementi di “destra” che, come Angelino Alfano, hanno votato per Mattarella, hanno dimostrato di poter aderire a un progetto politico che superi la contrapposizione (non la distinzione) tra destra e sinistra.   Quando le Brigate Rosse assassinarono Aldo Moro, cancellarono la possibilità di costituire un governo di unità nazionale che rappresentasse gli interessi della maggioranza, superando le più o meno artificiose e preconcette ideologie ed eludendo la logica delle sfere di influenza. Oggi le ideologie sono più o meno accantonate e le sfere di influenza continuano a esistere, ma senza la cogenza di un tempo. Soprattutto, la Chiesa non ha alcuna ragione di temere un comunismo ateo che le si contrapponga: piuttosto potrebbe temere il nichilismo relativista di un liberismo estremizzato, che è qualcosa che si agita in diverse tendenze politiche, a prescindere dalle vecchie classificazioni di “destra” e “sinistra”.   Forse il problema maggiore, a fronte dell’ipotesi di ricostituire una singola forza politica centrista, consiste nella difficoltà di trovare un leader che la rappresenti e che sia accettato da tutti. Questo si può risolvere, per esempio con accorgimenti di mera tecnica politica, con soluzioni tipo quella che fu adottata dalla Jugoslavia del dopo Tito. E si potrebbe tornare all’epoca d’oro del boom italiano, quando negli anni ’50-’60 i governi democristiani duravano pochi mesi e poi cambiavano. Ma in sostanza tutto continuava con poche modifiche, a prescindere dai nomi.   Leonardo Servadio]]>

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