Genocidio come male minore: la realtà atroce della guerra civile siriana

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di Galliano Maria Speri

“Siria – La fine dei diritti umani”, l’ultimo libro di Riccardo Cristiano, che collabora come vaticanista con Reset e La Stampa, analizza correttamente il conflitto siriano come un tassello importantissimo all’interno della Terza Guerra Mondiale in corso. L’opinione pubblica occidentale tollera i feroci crimini commessi dal regime siriano perché considera la dittatura degli Assad come “male minore” nella lotta contro il terrorismo jihadista. In realtà, la Siria si sta dimostrando un vero e proprio centro di sperimentazione, in cui si incrociano le strategie di Putin, che intende fare della Russia il difensore dei valori tradizionali di una cristianità illiberale, e la fanatica teocrazia iraniana, impegnata a realizzare un “arco sciita” che colleghi l’Iran al Mediterraneo. E l’Occidente? La sua sostanziale passività verso i crimini siriani sta favorendo il sogno sovranista di riportare il mondo a regimi pre-liberali e nazionalisti, come nel XIX secolo.

La “tanatocrazia” siriana al lavoro

Per qualcuno il concetto di “fine dei diritti umani” può sembrare troppo forte, ma è una descrizione perfettamente calzante degli eventi siriani e il libro fornisce una messe imponente di dati che confermano l’assunto. Il 21 agosto 2013 la Ghouta, un’area controllata dai ribelli al regime di Damasco, viene bombardata col gas Sarin. Ci sono 1.429 morti, di cui 4.126 bambini (il bilancio è fornito dai servizi di sicurezza USA); un crimine terribile che dovrebbe portare a durissime ritorsioni da parte degli Stati Uniti. Invece, non succede nulla e questo viene interpretato dal regime siriano come un sostanziale via libera alla sua repressione. Dopo l’intervento militare russo, che ha modificato sostanzialmente le forze sul campo, si moltiplicano i bombardamenti sulla popolazione civile, gli elicotteri governativi sganciano i barili bomba sui quartieri popolari, colpiscono volutamente gli ospedali e le strutture sanitarie. Si calcola che i morti superino il mezzo milione e che circa 13 milioni di siriani abbiano dovuto lasciare le proprie case o il proprio Paese: questo è probabilmente il maggior disastro umanitario dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

[caption id="attachment_11595" align="alignright" width="300"] Bashar al-Assad, il sorridente “macellaio di Damasco” mentre stringe la mano del suo protettore Vladimir Putin. Appartiene alla minoranza sciita degli Alawiti che controlla tutte le cariche principali dello Stato. È medico oculista, specializzato a Londra, ma nonostante il suo aspetto svagato, segue con puntigliosità le vicende politiche e ordina personalmente bombardamenti, arresti e torture.[/caption]

Negli anni tra il 1970, quando il fondatore del regime, Hafez al-Assad prese il potere e il 1980, la Siria ha conosciuto la normalizzazione della tortura, che è diventata parte integrante della strategia di governo. I metodi usati negli anni Ottanta dal “Padre”, come la propaganda di regime definiva Hafez al-Assad, sono stati continuati su più larga scala dal “Figlio”, Bashar al- Assad: tra marzo 2011 e dicembre 2015 17.723 persone sono morte sotto tortura ed è documentato che le forze governative hanno sequestrato 71.553 persone, tra le quali 4.109 bambini e 2.377 donne.

[caption id="attachment_11596" align="alignleft" width="224"] Alois Brunner, in una foto del 1940. Nazista e criminale di guerra austriaco, fu assistente di Adolf Eichmann, che lo definì il suo “uomo migliore”. Dal giugno 1943 all’agosto 1944, come comandante del campo di internamento di Drancy, a nord di Parigi, fu responsabile dello sterminio di oltre 140.000 ebrei. Nel 1954, dopo due condanne a morte per crimini contro l’umanità, trovò rifugio in Siria sotto la protezione di Hafez al-Assad.[/caption]

Se sembrano dati degni della contabilità dei campi di sterminio nazista, forse non ci sorprenderà troppo apprende che i servizi segreti siriani furono riorganizzati in base ai criteri suggeriti da Alois Brunner, un gerarca nazista che trovò riparo e protezione a Damasco.

Il fallimento della “Primavera siriana”

La rivolta antigovernativa inizia con manifestazioni di piazza, organizzate tramite le reti sociali, tra il gennaio e il marzo 2011. Quelle richieste di democrazia e partecipazione non fanno paura soltanto al regime ma anche alle monarchie del Golfo, che temono un’estensione delle rivendicazioni politiche e sociali nei loro Paesi. Un articolo di Yassin al-Haj Saleh, uno dei principali intellettuali siriani che ha trascorso molti anni nelle carceri degli Assad, spiega bene come “i gruppi jihadisti e salafiti sono saliti sul treno della rivoluzione siriana, hanno eliminato la sua leadership e ne hanno capovolto obiettivi e direzione, facendone uno strumento di difesa delle monarchie del Golfo, monarchie minacciate dal significato profondo e dai valori della rivolta siriana”.

[caption id="attachment_11597" align="alignright" width="300"] Venerdì 29 aprile 2011, manifestazione anti-governativa a Baniyas. Il movimento rivoluzionario siriano, nato sulla base di una genuina piattaforma democratica, è stato infiltrato da forze jihadiste che ne hanno ucciso o rapito i capi, e trasformato la natura liberale, rendendo possibile la spietata repressione del regime.[/caption]

A questo punto, il regime ha avuto buon gioco nell’etichettare la rivolta come opera dei “terroristi” e reprimerla brutalmente, con l’acquiescenza occidentale, nell’ambito della “guerra internazionale al terrorismo”.

Il libro spiega bene che la migliore difesa contro il fanatismo terroristico è, in realtà, la politica del buon vicinato, come sosteneva coraggiosamente padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano che aveva fondato in Siria la comunità monastica Mar Musa. Non è quindi casuale che padre Dall’Oglio fosse stato espulso dal regime siriano e, successivamente, rapito nel 2013 da terroristi jihadisti e scomparso da allora. Ma, oltre alle uccisioni generalizzate, quello che sta avvenendo in Siria è forse uno dei più grande espropri della storia perché, con la famigerata Legge n.10, tutti i profughi sono obbligati a rientrare nel Paese per reclamare le loro proprietà; in caso contrario i loro beni verranno incamerati dalla criminale cleptocrazia del regime. Per ora, non ci sono proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale, forse anche perché sta circolando la incredibile cifra di un trilione di dollari per la ricostruzione della Siria, che viene tragicamente messa nelle mani degli stessi criminali che l’hanno distrutta. Vorremmo soltanto ricordare che il presidente degli Stati Uniti ha fatto fortuna con l’edilizia. Trump tace perché sta fiutando l’affare?

Riccardo Cristiano, Siria – La fine dei diritti umani

Castelvecchi editore, 158 pagine, 17,50 euro

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