Cina e Chiesa: le potenzialità del dialogo

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Oriente e Occidente – 2

di Leonardo Servadio

Visto dal punto di vista orientale, il rapporto con la Chiesa assume contorni differenti da quelli che si presentano agli occhi del mondo occidentale. Se infatti nel mondo occidentale oggi è data per scontata la separazione tra Stato e Chiesa, nella storia relativamente recente la predicazione dei missionari in Oriente è a volte stata recepita come associata alla politica delle cannoniere. E se in Giappone quest’ultima ha avuto, per così dire, il merito storico di proteggere i missionari da persecuzioni in atto, in Cina il processo è stato inverso: prima tollerata, dopo la presa di potere del Partito comunista nel 1949, la presenza dei missionari occidentali, per quanto collegata a opere di carattere umanitario, è stata considerata un’ingerenza straniera e ha dato luogo alla costituzione della “Chiesa patriottica” controllata dallo Stato, nel 1957. Le tensioni conseguite, (l’enciclica di papa Pio XII “Ad Apostolorum principis”) hanno portato alla compresenza degli aderenti alla Chiesa Cattolica, costretta alla clandestinità e perseguitata, e degli aderenti alla Chiesa patriottica sotto l’egida statale e non riconosciuta da Roma. Una situazione che molto lentamente si è andata evolvendo, in parallelo con l’evoluzione istituzionale ed economica della Cina post-maoista, fino a dar luogo alla prospettiva di un più aperto dialogo tra Vaticano e Cina nel 2018.

Per sommi capi cerchiamo di ripercorrere alcuni degli eventi che definiscono i contorni entro i quali i rapporti tra Cina e Chiesa sono inquadrabili.

Il vasto territorio cinese è stato oggetto di mire imperiali-coloniali da parte di molti paesi europei, a partire dalle Guerre dell’Oppio mosse dalla Gran Bretagna dal 1839 in poi. Come è accaduto anche con le cannoniere del Commodoro Perry e con la conseguente Restaurazione Meiji in Giappone, le guerre dell’oppio in Cina hanno sortito un duplice effetto.

Da un lato hanno generato una reazione avversa alle ingerenze politiche straniere, dall’altro lato hanno effettivamente consentito di fertilizzare la cultura locale, tendenzialmente chiusa in sé, con gli apporti della cultura e della tecnologia occidentale. Questa duplice polarità — la forza e lo sfregio delle armi, e l’apertura di nuovi orizzonti di conoscenza, di scambi, di dialogo — continuano a informare i rapporti tra Oriente e Occidente anche ai nostri giorni: ovviamente in condizioni mutate a seguito dei trascorsi storici.

Il Giappone, in particolare dalla fine dell’800, ridiventato “impero” si è mosso secondo una logica espansionista che lo ha messo in conflitto con la Cina. Esempio più evidente di questo è stata l’acquisizione giapponese di Taiwan nel 1895 e quindi l’invasione della Manciuria nel 1931, dove si stabilì il regime fantoccio del Manciukuò. Molteplici atrocità furono compiute dall’occupazione giapponese in Cina e in Corea in quel periodo, e questo ha lasciato un ricordo che ancora brucia nella memoria della popolazione cinese. Dopo la seconda guerra mondiale il Giappone è rimasto sotto tutela statunitense, ed è cresciuto sul piano industriale sino a divenire una potenza economica solo recentemente superata dalla Cina.

La Gran Bretagna con le guerre dell’oppio ha imposto un crescente dominio in Cina, a partire dal controllo diretto su Hong Kong dal 1841. Tali imprese militari sono state così chiamate perché per il loro mezzo la Gran Bretagna impose alla Cina di importare l’oppio (il cui consumo era lì vietato) che coltivava nelle sue colonie indiane: più in generale con le sue vittorie militari (ottenute facilmente grazie ai suoi superiori armamenti) impose che la Cina accettasse di permettere libero accesso ai propri commercianti. Nel 1842 il trattato di Nanchino, che mise fine alla prima guerra dell’oppio, stabilì tra l’altro che cinque porti cinesi sarebbero stati aperti ai commerci britannici. Tra questi, la città di Shanghai, che si trova in posizione privilegiata alla foce del fiume delle Perle.

A Shanghai si stabilirono allora delegazioni diplomatiche e commerciali di altri paesi, a partire da Stati Uniti, Francia, Germania, che assunsero il controllo di porzioni di città, come “concessioni”. In pratica a parti di città fu attribuito uno statuto di extraterritorialità. Questo fece sì che Shanghai divenisse la città più aperta agli influssi della cultura e della politica occidentale. Non a caso sarà qui che si costituirà il Partito Comunista cinese, col primo congresso che vi si svolse nel 1921. Ma già in precedenza, nel 1911, da Shanghai erano scoccati i più importanti fermenti di rivolta contro la dinastia Quing, che all’epoca era retta dalla “imperatrice vedova” Cixi, la figura di maggiore spicco nella Cina tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e in realtà l’ultima figura rilevante delle dinastie imperiali cinesi, prima della rivoluzione repubblicana del 1912.

Anche dopo che nel 1949 il partito Comunista di Mao Zedong prese il controllo su tutta la Cina, Shanghai, pur essendo stata oggetto di epurazioni e aver conosciuto uccisioni di massa, continuò ad avere un peso economico rilevante grazie alla presenza delle industrie che vi erano sorte nel periodo precedente.

Oltre alla Gran Bretagna, tra fine ‘800 e ‘900, si sono esercitati nel conquistare brandelli di territorio cinese anche la Francia, il Portogallo, la Russia, la Germania e nel suo piccolo anche l’Italia.

Il Portogallo già ebbe una presenza commerciale significativa in Macao, usato come porto commerciale sin dalla metà del XVI secolo, ma solo nel 1887 quell’enclave fu assunta come parte dell’impero lusitano.

A inizio ‘900 anche la Russia intervenne in Manciuria, di cui occupò una parte (la Manciuria esterna), e intervenne anche in Mongolia. Quest’ultima rimase un territorio conteso tra le forze indipendentiste, la Cina e la Russia sinché non raggiunse una condizione di semi indipendenza sotto l’egida della Russia sovietica, fino alla dissoluzione di quest’ultima nel 1991.

Le vicende delle ingerenze dei paesi occidentali in Cina sono complesse, ramificate, e costituiscono un intreccio di imperialismo, colonialismo e influsso culturale.

Il momento clou della rivolta contro questa congerie di ingerenze si ebbe con la sommossa dei Boxer, nel 1900 (cominciò nel novembre 1899 e terminò nel settembre 1901): un po’ come era accaduto con i samurai giapponesi che contrapponevano le spade alle armi da fuoco americane, in Cina i Boxer pretendevano di contrastare con le arti marziali gli eserciti occidentali. Fallirono ovviamente, e la loro guerriglia costituì l’ultimo tentativo di tenere la Cina fuori dall’influsso occidentale. La sconfitta dei Boxer segnò il definitivo passaggio dalla vecchia Cina chiusa nelle sue tradizioni, a una nuova era, in cui l’influsso occidentale non poteva più essere arrestato.

La Cina tradizionale conservava una cultura, virtuosa riflessa nel pensiero taoista e in quello confuciano. Ma era pure prigioniera di pratiche barbare, il cui emblema era il costume di costringere le donne a mantenere i piedi chiusi in scarpe minuscole così che non si sviluppassero secondo natura, ma restassero sempre piccoli: una tortura che sembrava soddisfare il gusto estetico radicato.

Il regime maoista, sorto nel 1949, quando Ciang Kai Shek fu sconfitto e costretto a rifugiarsi a Taiwan (da cui nel frattempo il Giappone era sloggiato dopo la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale), ha seguito una propria “via” originale. Che ha portato a condizioni di miseria in cui la popolazione è stata indotta ad autocontrollarsi attraverso continue campagne di mobilitazione fantasiose quanto assurde e crudeli, come la politica del Grande Balzo in Avanti (1958-62), che avrebbe dovuto generare lo sviluppo industriale del paese e si tradusse invece in una distruzione delle campagne, riempite di acciaierie intese come astratto simbolo di industrializzazione, non come vero veicolo produttivo. Del resto Mao era un letterato, e con questioni di tecnologia ed economia non aveva dimestichezza.

La Rivoluzione Culturale cominciata a metà degli anni ‘Sessanta del ‘900 si è tradotta poi non solo in un bagno di sangue con decine di milioni di morti, ma anche in un tentativo di distruggere la cultura cinese con tutto quello di migliore che aveva (e fortunatamente ancora ha) di tramandato dalla storia, nelle sue correnti confuciana e taoista. Con la Rivoluzione Culturale Mao riuscì a mettere i giovani contro i vecchi, i figli contro i padri, gli studenti contro gli insegnanti, in un paese in cui i vincoli familiari sono sempre stati ritenuti sacri e le figure più avanti con gli anni dotate del privilegio della saggezza acquisita con gli anni e con l’esperienza.

La morte di Mao (1976) e la successiva ascesa di Deng Xiao Ping ha permesso alla Cina di districarsi dalla follia ideologica e di entrare in un’epoca di sviluppo economico, di cui il Partito Comunista si è posto come garante, secondo criteri nuovi: libertà di impresa e di proprietà, ma in un mercato diretto con mano ferma. Una progressiva apertura agli influssi occidentali attraverso anzitutto i commerci e poi anche gli scambi culturali.

La Cina dall’epoca di Deng ha conosciuto un periodo di crescita economica che non ha pari nella storia del mondo. E questo è avvenuto in condizioni di controllo politico centralizzato, ma volto alla promozione delle capacità produttive e inventive: nessun teorico del libero mercato se lo sarebbe mai aspettato.

Mao fu un grande criminale, la sua gestione politica può essere considerata più disumana di quella di Stalin in Russia. Ma in Cina, per quanto Deng abbia cambiato radicalmente le cose, non v’è stato alcun ripensamento: nessun equivalente alla condanna dello stalinismo compiuta da Nikita Chruscev nel 1956. La Cina è cambiata drasticamente dal 1976 in poi, ma non ha mai denunciato il maoismo come errato e criminale, per quanto molti dei leader che hanno promosso la rinascita del paese, a partire dallo stesso Deng, fossero stati vittimizzati da Mao.

Questo come minimo dice di un sentimento di unità nazionale cinese che è assolutamente particolare. Dice forse anche di una più sottile rivolta contro il maoismo stesso: Mao aveva governato mettendo gli uni contro gli altri, i figli contro i padri, denunciando come nemico del popolo chiunque avesse una visione diversa dalla sua o semplicemente non gli andasse a genio, costringendo all’autocritica chiunque sembrasse sfuggire alla logica dell’autocontrollo da esercitarsi sotto la sua vigile guida. Rinunciare a criticarlo in fondo è anche un modo per porre la conciliazione invece della divisione, la ricerca di unità laddove aveva regnato l’abilità nel dividere. E forse è anche un sentimento figlio non solo della tradizione antica taoista, che è pacifista e conciliante, ma anche della più recente memoria dei molteplici sfregi sofferti dalla Cina per mano di Giapponesi ed Europei nel periodo di passaggio alla modernità, che inducono a desiderare di proteggere la patria.

Su tale scenario si inquadra il rapporto tra Cina e Chiese cristiane e in particolare la Chiesa cattolica.

Se i missionari cristiani hanno sempre operato non solo per diffondere la parola di Dio, ma anche per promuovere opere di sostegno morale e fisico delle persone attraverso ospedali e scuole, essi sono anche stati visti come emanazione delle potenze imperialiste. Da qui, non solo dall’ideologia comunista, sorge la Chiesa patriottica voluta in epoca maoista. Agli occhi orientali il cristianesimo è in primo luogo espressione dell’influsso straniero.

Va anche aggiunto che il Vaticano è uno dei pochi stati al mondo che non hanno riconosciuto la Cina comunista, anche dopo che questa è stata accolta nell’ONU nel 1971.

L’evento del 2018, quando per la prima volta si è raggiunta un’intesa tra Cina e Santa Sede, che consente alla Chiesa patriottica di riunirsi con la Chiesa cattolica, costituisce un momento di singolare rilevanza storica. Non solo apre la possibilità di una maggiore libertà della Chiesa in Cina, ma, una volta che giungesse a maturazione, potrebbe aprire la possibilità alla Cina di trovare in Occidente una sponda per un dialogo più profondo e importante del mero discorso economico. La guerra commerciale intrapresa dall’Amministrazione Trump non fa che evidenziare come il dialogo col Vaticano, che quale istituzione centrale della Chiesa universale è al cuore del mondo occidentale, non potrebbe che favorire l’apertura di più vasti orizzonti per la Cina.

Se si guarda con occhi occidentali la lunga marcia che la Cina ha intrapreso in età post-maoista, si nota come, pur restando aperti diversi problemi (i diritti umani, la libertà religiosa) siano stati raggiunti risultati senza precedenti su tanti fronti, a partire dal progressivo superamento delle condizioni di miseria in cui versava la popolazione rurale in particolare.

D’altro canto se si cerca di guardare al mondo occidentale con occhi cinesi, non è detto che si vedano solo luci. I paesi occidentali garantiscono bensì liberà di religione, ma v’è pari rispetto per i diritti delle singole persone, in condizioni in cui aumenta il numero dei senzatetto a seguito della crisi finanziaria riversatasi sull’economia generale?

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