“Pensai che nella Bibbia si parla di donne come Giuditta, come Giaele che furono omicide per l’amore della loro terra; pensai che opponendomi all’avanzata slava, in fondo, favorivo anche la questione religiosa. Ma non riuscii a dare soddisfazione al problema religioso che sentivo fortissimo. Di fronte a Dio non ero rea solo di omicidio ma, eventualmente, anche di suicidio. Sperai nella infinita misericordia di Dio, ma il problema rimase aperto. Forse ho amato l’Italia anche più della mia anima”.

Sono le parole pronunciate da Maria Pasquinelli durante il processo svoltosi a nel marzo 1947 in cui era imputata per assassinio, nel rispondere al giudice che le chiedeva come avesse potuto, cattolica qual era, non solo compiere, ma rivendicare con forza un atto così totalmente contrario alla religione e alla morale. La Pasquinelli, di professione insegnante, aveva ucciso il generale Robert de Winton a Pola il 10 febbraio 1947, mentre a Parigi si firmavano i trattati di pace tesi a sancire l’assetto territoriale dei Paesi coinvolti nella seconda guerra mondiale.

Nel foglietto che aveva con sé a futura memoria (pensava che sarebbe stata a sua volta uccisa) quando sparò al militare che si apprestava a celebrare l’evento parigino, aveva scritto:  “… riconfermo l’indissolubilità del vincolo che lega la Madre-Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume, della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale. Mi ribello − con il proposito fermo di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli − ai Quattro Grandi, i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare una volta ancora dal grembo materno le terre più sacre all’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o − con la più fredda consapevolezza, che è correità − al giogo jugoslavo, oggi sinonimo per le nostre genti, indomabilmente italiane, di morte in foiba, di deportazione, di esilio”.

E nel corso del processo spiegò così le ragioni del suo gesto: “Sentii più profondo in me il bisogno di ribellarmi perché l’ingiustizia di Parigi si riconfermava proprio nei giorni in cui si concludeva pure il processo di Norimberga. Là i vinti venivano condannati perché non avevano rispettato i trattati internazionali, perché avevano negato la libertà ai popoli e usato mezzi troppo inumani nel fare la guerra; ed a Parigi i vincitori ricalcavano le orme dei rei. Si sputava sulla Carta Atlantica che aveva fatto sperare al mondo una nuova era. Ai giuliani si negava il diritto di esprimere la propria volontà. Con piena consapevolezza si consegnavano i miei fratelli della Venezia Giulia alle foibe, alle deportazioni, oppure si condannavano all’esilio”. La condanna a morte comminata dalla corte militare alla Pasquinelli fu poi commutata anche perché non solo i suoi ex alunni, ma la stessa vedova del generale inglese, insistettero in tal senso. Fu liberata nel ’64 e morì all’età di cento anni. Era stata una pasionaria, aveva combattuto e nel ’45 era stata arrestata dalle truppe tedesche che occupavano l’Istria e spadroneggiavano nella Repubblica di Salò, aveva partecipato alla riesumazione dalle foibe di 106 vittime dei partigiani titini.

La sua storia è l’ultima delle cinquanta presentate da Roberto Menia nel volume “10 febbraio, dalle foibe all’esodo” (ilibridelBorghese, pagine 247, euro 18,00): storie di persone che dopo l’8 settembre del 1943, in Istria e Dalmazia si trovarono improvvisamente a divenire esse stesse campi di battaglia, contese tra l’identità italiana che lì ancora vestiva l’orbace, l’arbitrarietà delle truppe naziste, le depredazioni sconfinanti nella pulizia etnica che portavano avanti i partigiani titini sotto l’usbergo della lotta ideologica. Ma erano persone, spesso ignare, spesso giovani, spesso prive di responsabilità personali.

Come la prima di cui si parla, Norma Cossetto una ragazza che viveva in un paese vicino a Parenzo, la cui colpa era di essere figlia di un ex podestà: fu catturata, torturata e infoibata alla fine del settembre ’43.

Come il centinaio di persone che a fine settembre ’43 furono infoibate (la pratica era di legarle col fil di ferro e gettarle nelle profonde fosse carsiche) a Vines dopo essere state catturate tra diversi paesi vicino a Parenzo che già il 14 settembre del ’43 i titini avevano dichiarato annessa alla Iugoslavia.

Come diversi membri della famiglia di Bruno Cernecca, un impiegato del comune di Giminio che fu arrestato dai partigiani titini e fatto sfilare portando un grosso sacco di pietre con cui sarebbe stato lapidato il 3 ottobre ’43, quindi fu decapitato e la sua testa fu consegnata a un orologiaio per estrarne i denti d’oro; la figlia, Nidia, che aveva sei anni allora, nel ’92 promosse un’azione legale contro i carnefici dopo aver compiuto una ricerca personale sulle sorti della famiglia di cui ha riferito così: “Il papà lapidato. Lo zio Roberto ucciso per un feroce seppur fatale errore dai tedeschi. Lo zio Corrado Smaila gettato in foiba dopo che gli erano stati tolti gli occhi, ci raccontarono che era impazzito. Lo zio Gaetano Cernecca, fratello di papà, gettato nella foiba. L’avevano arrestato assieme al fratello Dante che avevano rimandato a casa, dicendogli che a loro bastava il fratello. Lo zio Mario Ghersi, marito della zia Elvira Cernecca, sorella del papà, gettato nella foiba di Vines. Gli zii Attilio ed Ettore Marzini, cugini della mamma, gettati in foiba, dopo che erano stati tolti loro gli occhi”.

Come il partigiano comunista Pino Budicin, sulla cui vicenda riferì il fratello Antonio nella sua autobiografia dal titolo “Nemico del popolo – un comunista vittima del comunismo”: Pino fu tradito e indotto a correre incontro a una pattuglia fascista da cui fu catturato, per essere successivamente ucciso. Scrive Menia riferendo quanto raccontato in quel libro: “Budicin era stato da poco estromesso dal comitato regionale dell’Istria del Partito Comunista proprio perché aveva contestato, nel corso della conferenza regionale dello stesso, i toni nazionalisti slavi e anti italiani, deplorando gli eccidi del settembre e ottobre 43 ‘che avevano creato grande sconcerto e notevole disorientamento nella popolazione italiana’ ”…

Il volume di Menia è difficile a leggersi, per vari motivi.

Il primo è l’efferatezza dei comportamenti criminali delle milizie titine, ivi descritti: comportamenti che trascendono la pur feroce logica della guerra e somigliano piuttosto alle azioni di pulizia etnica compiute dai nazisti nei campi di sterminio: provocano incredulità, e un senso di repulsione.

Il secondo è il retroterra politico marcatamente di destra dell’autore, Roberto Menia è stato parlamentare di Alleanza Nazionale, e dell’editore, che pubblica a profusione volumi di evidente stampo neofascista. Ma d’altro canto è una triste verità che il mondo della sinistra ha ignorato fino a non molti anni fa lo scandalo di quei crimini compiuti ai confini orientali dell’Italia, mentre gli esuli sono rimasti abbandonati se non ostracizzati, ed è merito di Menia l’avere da parlamentare insistito sul tema sino a riuscire a far approvare quale primo firmatario e col sostegno della stragrande maggioranza delle forze parlamentari, il 30 marzo 2004 la legge n. 92 con cui la Repubblica proclama che il 10 febbraio è dedicato a Giorno del ricordo delle vittime delle foibe oltre che “dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Così riconoscendo che vi fu persecuzione contro la popolazione italiana in quanto tale: come ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano il 10 febbraio 2007, “…già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono ‘giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento’ della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’ ”.

Il terzo è che in chi ha radici familiari in quelle regioni, com’è il caso dell’estensore di queste note, emergono, e dolgono, lacerazioni sopite o occultate: mia madre, l’esule fiumana Valda Ridoni, non ha mai raccontato ma solo fatto cenni cui peraltro ben poco si badava, e ora non può più dire nulla. Nella città di Fiume, vide compagni di scuola, ragazzi, scomparire nel nulla tra il ’43 e il ’45; suo fratello a stento riuscì a scappare quando le truppe naziste volevano deportarlo; lei stessa evitò fortunosamente l’arresto a opera delle milizie titine, grazie all’insistenza di suo padre che, ferroviere, nei primi anni ’30 era andato a cercare lavoro a Fiume (città che allora godeva di una certa qual libertà) dalle Marche di cui era originario, dopo essere stato licenziato in quanto sospettato di essere socialista per aver partecipato a uno sciopero.

Sono quelle ferite che si portano dentro e di cui il caso di Maria Pasquinelli è esempio lampante. Quando la “grande politica” si traduce in chiusure nazionalistiche o addirittura etniche, in feroci persecuzioni, in contesa di territori e persone come se queste fossero mercanzia vendibile e sacrificabile: trattabile, acquisibile o respingibile secondo il piacere del potente di turno, l’umanità viene schiacciata e alla vittima sembra che l’alternativa sia affondare nel silenzio o ribellarsi facendo propria la ferocia del proprio persecutore.

La risposta a questo strazio non può che essere di recuperare quel che è essenziale nell’essere umano. Come ha detto l’arcivescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi a Vatican News il 10 febbraio 2020 (intervista di Gabriella Ceraso): bisogna considerare “l’effetto distruttivo che l’adozione di certe ideologie ha sulla convivenza umana. Evidentemente questo giorno del ricordo ci proietta nella prospettiva di affermare, nell’ambito dell’attualità, tutta una serie di valori che devono essere garantiti. Prima di tutto i valori della comprensione reciproca e del rispetto: quando non si rispetta la verità, la giustizia, l’amore e la libertà, allora capitano anche queste tragedie”

 

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