Decreto 31 gennaio 2020: è crisi della democrazia?

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Solo attorno al 20 marzo nei canali delle varie reti è corsa la notizia che la Gazzetta Ufficiale del 1 febbraio 2020 pubblicava un decreto approvato il giorno precedente in cui, “vista la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus” diramata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il Governo italiano stabiliva “per sei mesi dalla data del presente provvedimento lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso”. Nel decreto tra l’altro si afferma che è “necessario provvedere tempestivamente a porre in essere tutte le iniziative di carattere straordinario… finalizzate a fronteggiare la grave situazione internazionale determinatasi…”; segue la decisione di stanziare cinque milioni di euro per rispondere all’emergenza. E basta. Il fatto che di tale decreto si sia parlato solo a quasi due mesi di distanza la dice lunga: perché a un decreto emanato dal Governo, non seguono azioni coerenti dello stesso Governo? Tra i fatti succedutisi nelle settimane seguenti forse il più clamoroso è la partita di calcio giocata il 19 febbraio nello stadio di San Siro a Milano tra Atalanta e Valencia, dove decine di migliaia di tifosi di entrambe le squadre si sono frammisti nello sgolarsi accaniti o nel fraternizzare attorno a una birra, scambiandosi insulti e abbracci dal sottotono inconsciamente virale. Inconsciamente, perché il calcio è sacro e non va disturbato per nulla al mondo e così nessuno li aveva avvertiti dei rischi che correvano, loro e tutti quanti coloro con cui si sarebbero incontrati.

Questo potrebbe sembrare uno scandalo italiano, di un piccolo Conte che si trova inopinatamente e improvvidamente proiettato a fronteggiare l’equivalente di una crisi bellica di dimensioni ancora ignote, sprovvedutamente caduto entro panni troppo larghi che avrebbero richiesto personalità quali quelle di un Churchill, un F. D. Roosevelt, un De Gaulle. Ma non è così, lo scandalo riguarda tutti i Governi occidentali, tutti edotti dall’OMS e da quanto avveniva già da tempo in Cina, che già prima della fine di gennaio ha chiuso tutto il Paese in casa per evitare il diffondersi dei contagi. E tuttavia Boris Johnson con la sua tracotanza proclamava che sull’isola orgogliosamente lontana dall’Europa avrebbero evitato di chiudere alcunché e si sarebbero limitati ad accettare di subire alcune perdite tra le persone meno adatte: pazienza! “Many more families are going to lose loved ones before their time” diceva a marzo avanzato. Charles Darwin insegna: selezione naturale, sopravvive il migliore, gli altri crepino. Forse credeva che la Brexit l’avrebbe protetto, qualche giorno dopo s’è ricreduto, ma era tardi. Né il governo spagnolo di Pedro Sanchez è stato da meno, e tra l’altro non solo ha permesso, ma ha incoraggiato una massiccia manifestazione per la festa della donna l’8 marzo, nell’incontenibile fervore femminista che ne pervade le file: manifestazione dove tante signore si sono scambiate bacetti e virus, tra cui la ministra Irene Montero, consorte del vicepremier Pablo Iglasias che ha continuato imperterrito a partecipare alle riunioni di gabinetto per quanto avrebbe dovuto starsene chiuso in casa, visto che la sua compagna dopo l’8 marzo è stata trovata infetta e posta in quarantena. Né l’astuto Macron che in Francia permetteva lo svolgimento delle elezioni a metà marzo pur sapendo che queste potevano implicare forte afflusso e assembramenti ai seggi. Né molto diversa la situazione in Germania, dove si premuravano di far risaltare quanto loro fossero più bravi a fare i tamponi là dove necessario così da circoscrivere i focolai ed evitare il dilagare del contagio. E oltre oceano le esibizioni di Turmp, tutto teso a dimostrare che è lui più forte del virus, non fanno che mostrare quanto assurdamente fragile sia divenuto quel Paese che era il “faro della libertà”, schiacciato com’è dalla plutocrazia di cui l’attuale presidente si atteggia a paladino.

Perché questo criminale lassismo da parte dei Governi occidentali? Ci sono abituati: vivono da decenni del laissez faire che dalla caduta del Muro è ritenuto il vero imperatore, la bacchetta magica capace di tutto risolvere. Vivono di opinione pubblica, per cui apparire eccessivi mette a rischio di essere crocifissi da folate di articoli, tweet, messaggistica varia e telegiornali. Vivono di voti e quindi dar fastidio agli elettori è impensabile, tanto meno ove questi siano orde di fanatici del calcio. Certo, potrebbero e dovrebbero spiegare, ma c’è il rischio di passare per paternalisti: etichetta vitanda perché dietro occhieggia l’ombra oscura della dittatura.

Ma non è questo quel che pare più preoccupante: la cosa in assoluto peggiore è che nessuna opposizione ha fatto il mestiere suo. Se l’opinione pubblica non era al corrente di quel decreto del 1 febbraio (ma i grandi giornali nazionali non hanno nessuno che legge la Gazzetta Ufficiale? Che razza di specialisti della politica e degli affari di governo hanno nelle loro costosissime redazioni?), non è credibile che non lo fossero i partiti e i gruppi parlamentari delle opposizioni: che dispongono di segreterie addette a seguire tutta l’attività legislativa, giorno per giorno.

Sono le opposizioni (e la stampa specializzata) che avrebbero dovuto gridare allo scandalo subito, il 2 febbraio, quando già si vedeva che il Governo italiano – come gli altri governi europei – decretava ma non attuava.

Chi ha parlato tra le opposizioni? L’ineffabile Marine Le Pen che verso la fine di febbraio ricorrendo al vetusto armamentario nazionalista chiese di chiudere i confini con l’Italia qualora l’epidemia si fosse allargata: come se il virus avesse abbracciato la nostra bandiera e non potesse contaminare la sua. Ma almeno ha cercato di fare qualcosa.

E perché invece in Italia il grande Salvini che proietta la sua minacciosa ombra ovunque si senta puzza di globalismo, o l’appassionata Meloni che sta guidando il suo manipolo di fratelli verso lo status di partito di governo, o la decina di altri micropartiti non hanno detto nulla? perché non hanno rivelato loro al Governo che avrebbe dovuto agire in coerenza con quanto decreta?

Sono tutti assoggettati ai suoi stessi vincoli: opinione pubblica, elettori, pregiudizi. E mancanza di personalità autentiche e/o di segreterie capaci: ché le une senza le altre non funzionano.

Sono questi i limiti della democrazia.

La discussione, se non sia meglio invece un regime “alla cinese” si è già timidamente aperta: e molti hanno fatto notare che la risposta al Covid-19 in alcuni Paesi democratici come Corea del Sud e Taiwan è stata ancora più efficiente che in Cina. Dunque, il problema non risiede nella forma di governo.

Se risiedesse invece nella coscienza dei cittadini, cioè nel fatto che, perché una democrazia funzioni bisogna che ogni cittadino si senta responsabile non solo per sé, ma per la società nel suo complesso? Se fosse questo il caso, bisognerebbe decretare non la fine della democrazia, ma la fine del laissez faire, di quel friedmanismo alla Chicago boys che ha infatuato il mondo negli ultimi quarant’anni. E tornare a guardare agli effetti che le decisioni di oggi hanno sul lungo periodo e per la totalità della società, non solo sul domani e per il proprio orticello.

Non è un problema nuovo, è il tarlo del particulare contro l’interesse generale, di cui avvertiva Machiavelli secoli addietro: del privato contro il pubblico, diremmo oggi.

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