La #Russia va verso la #Cina: dove andrà l'Europa?

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Di P. Lumumba

Con l’escalation degli scontri tra pro russi e il montante pseudo europeismo antirusso dell’attuale governo ucraino, periclitano sempre più le prospettive dei rifornimenti di gas per l’Europa occidentale.

Sul fronte occidentale si ritiene che questo non costituisca un problema, perché la nuova tendenza a estrarre gas di scisto da campi in pieno sviluppo negli USA dovrebbe controbilanciare, in caso di riduzione nell’arrivo di gas russo (qualcuno può dubitare che le compagnia petrolifere occidentali, le “sette sorelle” come le chiamava Enrico Mattei, vedano di buon occhio questa prospettiva?). E, al contrario, si ritiene che sarà Putin a soffrire poiché in questo caso si ridurranno i suoi introiti, già molto compromessi e compressi a seguito della crisi ucraina.

Insomma: la strategia di scontro con la Russia che gli ambienti atlantici hanno seguito in questi ultimi mesi, starebbe dando come frutto non solo un isolamento  politico del gigante eurasiatico, ma anche un notevole peggioramento delle sue condizioni economiche. Del resto ogni scontro nel XXI secolo si manifesta anzitutto sul terreno dell’economia.

Ma ecco la novità: il 21 maggio 2014 Vladimir Putin, presidente russo, e Xi Jinping, segretario generle del Partito comunista cinese nonché Presidente del Paese (in pratica, il “Mao” dei nostri giorni) a Shanghai hanno firmato un accordo che coinvolge Gazprom da parte russa e la Compagnia Nazionale del Petrolio Cinese (CNPC) dall’altro lato. L’accordo prevede la fornitura alla Cina di 38 miliardi di metri cubi all’anno (bcm, billion cubic meter) di gas. Ha durata trentennale con partenza dal 2018, e include una clausola che permette che la fornitura possa estendersi a 60 bcm. Il valore del contratto è stimato in circa 292 miliardi di euro ed è considerato da Alexei Miller, il consigliere delegato di Gazprom, come “il più importante mai firmato dalla compagnia”, secondo quanto riferisce Interfax. In realtà non si conosce quale sia il prezzo al quale il gas russo sarà acquisito dall’economia cinese tra qualche anno. E certamente non è un contratto di questo genere che risolverà i problemi energetici di un Paese vasto e popoloso come la Cina: ma è un inizio importante.

Sullo sfondo del crescente impegno in particolare dell’industria tedesca nell’economia cinese, si può notare che si va configurando un convergre di interessi che hanno come centro gravitazionale la zona eurasitica: Russia, Germania e Cina.

Sull’immediato non resta che constatare che, com’è ovvio, in caso di drastica riduzione delle esportazioni sul mercato europeo occidentale, la Russia avrà di che compensare con l’aumento delle vendite a Oriente.

Sul piano geopolitico si nota come si vada rafforzando da un lato una logica transatlantica che propugna lo scontro in Ucraina al fine ridurre gli “spazi vitali” ovvero la sfera di influsso russa in Europa, e dall’altro lato la logica di un aumento degli scambi nella “landmass” continentale eurasiatica (con la Germania stiracchiata da un lato e dall’altro: i suoi interessi oggettivi pendono a est, la sua alleanza politico militare la spinge a ovest).  Le potenze del mare contro le potenze della terra: Sir Halford MacKinder sorride…

Perché, malgrado l’amara lezione che l’umanità ha sofferto durante i due conflitti mondiali nella prima metà del XX secolo, c’è ancora molta gente che ama giocare col fuoco.

Helmut Schmidt, l’ex cancelliere tedesco, socialista e certamente atlanticista di lungo corso, ha recentemente dichiarato alla Bildt Zeitung, il più diffuso rotocalco tedesco, che la situazione che si è venuta a costituire in Europa con la crisi in Ucraina ricorda quella precedente la prima guerra mondiale, e ancora, avvertiva preoccupato, sembra prendere forma il rischio di un conflitto.

Il paragone con quanto precedette la prima guerra si riferisce proprio al maturare di una forte intesa economica tra le zone dell’Europa centro orientale e l’Asia; e al fatto che le potenze atlantiche (Gran Bretagna allora, Gran Bretagna e USA ora) intendano ostacolare questi sviluppi, anzichè (come potrebbero benissimo fare) favorirli e giovarsene a loro volta.

Ma allora non c’era l’Onu, non c’era Internet, non c’era la cultura della pace tra i popoli che ha preso piede dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Purtroppo quel che non ha ancora preso piede, è una politica economica che traduca in fatti l’ambizione universale alla pace e alla collaborazione: sul piano economico infatti, oggi come allora prevale la tendenza al darwinismo, al comportamnto “predatorio” della finanza che opera sul brevissimo termine in assenza di accordi politici che la costringano a ridirigersi verso investimenti di medio lungo periodo, gli unici che possono riversarsi sul miglioramento dei livelli di vita generalizzati della popolazione. Senza i quali, ogni popolo diviene facile preda di incendiari e sobillatori, facile vittima della destabilizzazione.

Quanto sta avvenendo in Ucraina, il paese che dalla padella di Putin sta fecendo di tutto per cadere nella brace del Fondo Monetario Internazionale, è una dimostrazione proprio di questo.

Nel 1920 a Rapallo la Germania e la Russia (allora URSS) strinsero un accordo per favorire i commerci tra loro: anche l’Italia ne avrebbe beneficiato. Rathenaul, il ministro tedesco che ne era stato l’artefice, fu assassinato poco dopo e dell’accordo non si fece nulla. Quanto accadde in seguito, in Italia, in Germania, in Russia e in Europa e nel mondo è ben noto.

L’alternativa alla logica dell’intesa e della collaborazione è la logica dello scontro e della distruzione.

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