Social o fiera delle falsità?

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Un tempo c’erano le manifestazioni di massa: tutti dietro a una bandiera o a un imbonitore. Oggi c’è l’illusione di pensare con la propria testa, ma l’aggregazione di masse avviene attraverso la condivisione di pregiudizi o di vere e proprie menzogne. A livello globale il fatto è saltato alla vista con la recentemente conclusasi campagna elettorale statunitense: la circolazione di notizie tendenziose sui “social” è stata amplissima. Un’indagine del Pew Research center pubblicata l’11 novembre 2016 e curata da Shannon Greenwood, Andrew Perrin e Maese Duggan, indica che la maggioranza degli americani usa i social quale fonte di informazione: il 79 percento usa facebook, il 24 per cento twitter. Beninteso, che tali statistiche vadano prese con le molle è ampiamente dimostrato dal rapporto tra i risultati delle indagini pre-elettorali e quelli delle elezioni negli stessi Stati Uniti – comunque esse segnano una tendenza soprattutto ove i dati rilevati sono macroscopici e non riguardano oscillazioni di pochi punti percentuali. Ne risulta che l’uso dei social è in decisa crescita, sull’ordine del 7 percento negli ultimi due anni, come in crescita è la frequenza del loro utilizzo, che per Facebook è risultata essere quotidiana per il 76 percento di chi se ne serve. Se a questi si sommano le alte percentuali di coloro che si scambiano sms con contenuto informativo via telefono, se ne ricava che la circolazione di notizie (o pseudonotizie) avviene per la maggior parte tramite canali estranei alle modalità esistenti prima dell’era digitale. Tali sistemi nuovi sono ritenuti al di fuori del controllo del potere costituito, ma anche questo risulta essere non sempre vero. Informazioni false possono essere generate da centri appositamente dedicati, per esempio Jimmy Rustling di ABC News segnala la città macedone di Veles come uno dei luoghi da cui nel corso della campagna elettorale americana sono partiti “moltissimi” messaggi fasulli sparsi oltre oceano. Mentre Alessandro Bessi ed Emilio Ferrara, ricercatori della Southern California University riferiscono che su 20,7 milioni di tweet circolati nel corso di un mese, il 20 percento era stato generato da programmi automatizzati (chiamati “bot”, da “robot”). La questione è quindi, quale sia il modo con cui il pubblico guarda ai messaggi provenienti dalla rete rispetto al modo in cui guarda ai messaggi provenienti dai mass-media tradizionali. Notoriamente, questi ultimi sono ritenuti poco affidabili oltre che parte dell’establishment che, qualunque esso sia e qualsiasi cosa sia, recentemente gode nel mondo di poca stima. I mass media tradizionali sono usualmente apertamente schierati, mentre la messaggistica informale appare più autentica, quasi che risultasse da un impegno indagatorio scevro da interessi di parte. Ne consegue che si crede più a quanto arriva via tweet, sms, facebook che ad altro, a prescindere dalla plausibilità del messaggio. Come indicato da Lisa Fazio, assistente di psicologia all’università Vanderbilt: “Un’analisi compiuta da BuzzFeed ha trovato che nei mesi precedenti le elezioni, le 20 più diffuse falsità diramate hanno dato luogo a un numero di commenti, reazioni, apprezzamenti (“like”) e condivisioni maggiore della circolazione ottenuta dai 20 scritti più ampiamente diffusi dai mass media. Per esempio l’articolo fasullo dal titolo “Papa Francesco sorprende il mondo, sostiene la candidatura di Donald Trump alla Presidenza” è stato inoltrato 960 mila volte nei tre mesi prima del voto. Nota la Fazio: “Diverse ricerche, e tra queste anche alcune da me condotte, dimostrano che chi viene esposto a notizie false può finire per convincersi che sono vere… s’è constatato che anche chi sa che la notizia è falsa, a forza di leggere che ‘Papa Francesco appoggia Trump’ ha teso a crederci”. La ripetizione fa apparire vero anche quel che è palesemente falso. Altre indagini hanno dimostrato che col tempo è più facile perdere memoria del giudizio di falsità su di una notizia, che la notizia stessa: in pratica col tempo una notizia falsa tende ad assumere i contorni della plausibilità. In fondo qualsiasi espressione di fanatismo funziona proprio in questo modo. La propaganda dei regimi dittatoriali ha sempre seguito questi canali. Ovviamente qui diverso è che si tratta di propaganda almeno in parte autogenerata o almeno autodistribuita. E l’essere “nativi digitali” non aiuta. In un articolo pubblicato il 6 dicembre in The Conversation, Thomas P. Mackey (vice provost del Suny Empire College di Saratoga Springs, New York) e Trudi Jacobson, (direttrice di dipartimento Information Literacy della State University di Albany, NY) riferiscono che i giovani tendono a essere “facilmente ingannati” dalla disinformazione sui social. “Avremmo bisogno – scrivono i due – di una metalfabetizzazione, ovvero di arrivare alla capacità di comprendere il senso della massa di informazioni circolante nel mondo dei social media”. Il che richiede di confrontare notizie, risalire alla fonte, esercitare un giudizio critico a partire dal mantenere l’incertezza del dubbio. Ma qui sorge un altro problema: se la notizia falsa in qualche misura soddisfa i nostri desideri, sembra più facile assumerla come conferma di quanto ci piace ritenere vero. In tali circostanze, come elevarsi al di sopra del flusso apparentemente consolatorio della menzogna condivisa? Forse la risposta viene proprio dalla fede. Viviamo in una civiltà fondata su dieci comandamenti. E la civiltà regge solo se questi non sono considerati un’opinione, ma qualcosa di più solido, cui riferirsi come orientamento morale: se ci si ricordasse che non dire il falso è un imperativo, forse si starebbe più attenti a quel che si legge e si ripete. E si sarebbe più disponibili ad affrontare la fatica di vagliare fonti e plausibilità, prima di condividere. La massa allora fungerebbe da filtro, non da acceleratore per la diffusione di falsità.]]>

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