Trump ordina l’uccisione di Soleimani ma per gli USA è una vittoria di Pirro

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Un drone americano è riuscito ad eliminare la mente dell’espansione iraniana all’estero, ma questa azione rinforza l’ala dura del regime e strangola quei movimenti popolari che in Iraq e Libano si erano mobilitati proprio contro l’influenza iraniana. Trump vuole guadagnare titoli per la sua rielezione ma non ha nessuna strategia per affrontare le conseguenze della sua mossa. L’Europa è uno spettatore pagante per l’avventurismo dell’amministrazione statunitense.

 Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2019 un drone USA ha ucciso, nelle vicinanze dell’aeroporto di Baghdad, il generale iraniano Qassem Soleimani, capo di Al Quds, l’Unità delle Guardie della rivoluzione islamica (note anche come pasdaran) che ha il compito di condurre operazioni di guerriglia e intelligence all’estero e risponde solamente alla Guida suprema Alì Khamenei. Nella stessa operazione ha perso la vita anche Abu Mahdi al Muhandis, un iracheno che comandava una delle più potenti milizie sciite filoiraniane. Da un punto di vista strettamente militare l’operazione è stata un successo perché ha colpito il numero due del regime degli ayatollah e vera mente strategica della controffensiva iraniana verso la politica di contenimento operata dagli americani, con l’appoggio di Israele e Arabia Saudita. Se gli USA fossero stati in guerra con l’Iran, l’uccisione di Soleimani sarebbe stata una grande vittoria tattica ma non è così e gli iraniani hanno dimostrato in diverse occasioni di saper capovolgere a loro favore eventi avversi.

Le conseguenze a medio-lungo termine

Dalla rivoluzione khomeinista del 1989 in poi gli Stati Uniti hanno messo in atto un’aggressiva politica per colpire e isolare l’Iran. Inizialmente, hanno puntato sul feroce dittatore iracheno Saddam Hussein che nel 1980, con l’appoggio americano e francese, attaccò l’Iran scatenando una sanguinosissima guerra che terminò nel 1988 e causò un milione di morti e 1,7 milioni di feriti. Ma la repubblica islamica resse all’urto e iniziò un lento processo di ricostruzione economica e militare, riuscendo ad allargare la propria influenza anche sugli Stati vicini, secondo una strategia messa a punto proprio da Qassem Soleimani. Non dobbiamo inoltre dimenticare che un aspetto molto importante della Seconda guerra del Golfo (2003-2011), che portò all’invasione dell’Iraq, era quello di creare un cordone sanitario intorno al regime degli ayatollah e farne esplodere le contraddizioni interne, fino a un possibile “cambio di regime”. Questa brutale strategia militare non solo non ha dato i frutti sperati ma, distruggendo le strutture statali irachene, ha creato le precondizioni per la successiva nascita dell’Isis e per l’allargamento dell’influenza iraniana in Iraq che è sciita al 60%, come l’Iran.

Nel 1983 Donald Rumsfeld fu un inviato dal presidente USA Ronald Reagan in Iraq per stringere rapporti col dittatore Saddam Hussein in funzione anti iraniana. Rumsfeld è la stessa persona che, come segretario alla Difesa, coordinerà la Seconda guerra del Golfo (2003-2011), lanciata dagli Stati Uniti a capo di una coalizione internazionale per eliminare le inesistenti “armi di distruzione di massa” irachene.

L’Iran è riuscito ad aumentare notevolmente la propria influenza in Libano dopo l’invasione israeliana del 2006 (la terza dal 1978) quando i guerriglieri sciiti Hezbollah, addestrati e armati dall’unità di Soleimani, opposero una fiera resistenza alle truppe israeliane, conquistandosi in questo modo anche le simpatie di sunniti e cristiani. Il loro peso è ulteriormente aumentato da quando sono riusciti a trasformarsi in una forza economica da cui il Libano non può più prescindere, soprattutto dopo che le banche libanesi sono state messe sulla lista nera dagli Stati Uniti e questo ha creato una drammatica situazione finanziaria per la popolazione. Storicamente, il Libano ha gravitato nell’orbita francese e si è sempre rivolto alla Francia come interlocutore privilegiato, ma quei tempi sono finiti definitivamente. Oggi, dopo il tracollo della Siria, che ha stanziato proprie truppe per lunghi anni in Libano, sono gli Hezbollah (e gli ayatollah dietro di loro) che controllano il “Paese dei cedri”. Fino a poche settimane fa le strade di Beirut erano invase da migliaia di manifestanti che contestavano il governo corrotto del Primo ministro Hariri e chiedevano a gran voce una politica che andasse oltre gli schieramenti confessionali, criticando per la prima volta esplicitamente non solo le milizie Hezbollah, ma anche il loro padrino iraniano. La mossa azzardata di Trump ha fatto terra bruciata intorno a loro, anche perché tra le possibili risposte della repubblica islamica c’è l’uso delle milizie Hezbollah per colpire obiettivi americani o israeliani.

Soleimani con la Guida suprema Alì Khamenei e Hassan Nasrallah (al centro), capo di Hebollah, le potenti milizie sciite operanti in Libano e ormai potenza regionale.

Sono nella stessa situazione anche tutti gli iracheni scesi in piazza contro la corruzione e l’incapacità del governo di elaborare strategie per combattere la crisi economica e sociale, nonostante le grandi ricchezze petrolifere. Nelle dimostrazioni hanno perso la vita circa 500 cittadini, stanchi di un governo imbelle e inferociti dalla crescente influenza iraniana. È vero che molto iracheni sono stati felici dell’eliminazioni di Soleimani, che vedevano come un proconsole straniero, ma la sua eliminazione ha anche tagliato le gambe all’opposizione che non può più scendere in piazza, senza il rischio di essere scambiata per nemici della patria, soprattutto dopo che il Parlamento ha votato una risoluzione che chiede al Primo ministro (dimissionario, dopo le proteste di piazza) di espellere i militari stranieri dall’Iraq. La strategia per la creazione di una “mezzaluna sciita” che si estendesse dall’Iran, attraverso la Siria fino al Libano e al Mediterraneo è stata rafforzata, non indebolita, dalla morte del suo ideatore. Anche l’opposizione interna iraniana, che alcuni anni fa aveva dato vita a vivaci proteste mettendo il regime alle strette, non sarà più libera di agire nel nuovo contesto che ha favorito il rafforzamento dell’ala dura.

Giovani iracheni festeggiano la morte di Soleimani offrendo dolci ai passanti. Nel cartello si formula l’augurio che anche Putin faccia la stessa fine. Nella nuova situazione chiunque osi scendere in piazza sarà etichettato come traditore della patria.

La vendetta non ha fretta

La vera risposta al drone americano non sono i dodici missili balistici lanciati contro due basi americane in Iraq e preceduti da un avvertimento dato al governo iracheno che ha prontamente avvisato gli USA. Il vero obiettivo di quei missili non erano le truppe americane, che non hanno subito un graffio, ma la pubblica opinione iraniana scesa nelle strade a gridare “morte all’America” e a bruciare la bandiera del “grande satana”. Formalmente, la vendetta è stata compiuta e Alì Khamenei ha potuto annunciare al popolo di “aver dato uno schiaffo” agli odiati americani. Il governo degli ayatollah ha fatto la sua mossa ufficiale, così blanda da aver convinto Trump di aver vinto la prima mano e chiuso per ora la partita. I prossimi obiettivi, sia americani che dei suoi alleati, saranno attaccati non dagli iraniani ma dalle tante pedine manovrate dalla struttura creata da Soleimani, ma non riconducibili esplicitamente all’Iran, come è già avvenuto ad esempio negli attacchi alle navi che attraversavano lo stretto di Ormuz.

Lo stretto di Ormuz divide la Penisola arabica dalle coste dell’Iran. Qui transita il 20% di tutto il petrolio mondiale.

In Medio Oriente e in Africa, non ci sono soltanto militari statunitensi ma anche migliaia di cittadini che lì risiedono e lavorano, scuole e università, organizzazioni caritatevoli e non governative, alberghi, strutture commerciali. Da oggi, ognuno di loro è un bersaglio innocente che può essere colpito in qualunque momento, ma con i tempi scelti dagli iraniani. Anche gli Emirati Arabi Uniti e i sauditi, i cui impianti petroliferi sono stati colpiti duramente dai ribelli sciiti Houthi attivi nello Yemen, non dormono certo sonni tranquilli. Placata la rabbia della piazza, il regime si prepara a un’operazione su tempi più lunghi, che ha probabilmente come prima cornice temporale le elezioni americane di novembre, nelle quali Trump si gioca la rielezione, ma potrebbe prolungarsi anche per anni e anni, visto che gli iraniani non sono soltanto abili tessitori di tappeti ma, a differenza dell’attuale amministrazione americana, sono capaci di pianificare sul lungo periodo. Pensare che l’uccisione di Soleimani abbia risolto il problema iraniano è soltanto un’illusione incompetente.

Sotto il segno di Venere e di Marte

Molti autorevoli esponenti militari USA hanno commentato in modo entusiastico l’attacco contro Soleimani, presentandolo come la materializzazione dell’enorme superiorità strategica e tecnologica degli Stati Uniti. I più avveduti avrebbero però dovuto notare il contesto nel quale è maturata una decisione di cui è forse prematuro prevedere la portata. Trump si trovava infatti nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, presumibilmente avvolto nei molli piaceri offerti dalla lussuosa residenza, tra piscine, sale massaggi, ospiti e musica. Qui è stato raggiunto dal segretario di Stato Mike Pompeo che gli ha prospettato la possibilità di eliminare il numero due del regime iraniano. Trump non sa nulla di strategia militare ma, probabilmente, deve aver immaginato che l’uccisione di un “cattivo” avrebbe sicuramente aumentato le sue possibilità di rielezione e ha acconsentito alla proposta di Pompeo. Tutte le sue scelte sono dettate dalla campagna presidenziale, non dagli interessi nazionali o da preoccupazioni strategiche, e questo rappresenta un problema gravissimo per l’intero Occidente.

Qualche analista ha ipotizzato che l’attacco all’Iran sia stato motivato dalla necessità di Trump di distogliere l’attenzione dal processo di messa in stato di accusa da parte del Congresso. La Camera, a maggioranza democratica, ha votato a favore e ora la decisione passa al Senato che, però, ha una solida maggioranza repubblicana che certo riuscirà a bloccare la mossa. La scelta dei democratici di aprire un procedimento di impeachment contro il presidente, basato su solide motivazioni fattuali ed etiche, potrebbe però rivelarsi un boomerang perché è molto irrealistico ritenere che, in un anno elettorale, i senatori repubblicani voteranno secondo coscienza su un presidente che ha anteposto i propri interessi elettorali alla sicurezza nazionale.

Alcuni commentatori hanno esaltato il decisionismo di Trump e la sua volontà di non dar tregua al terrorismo, riproponendo la vecchia storiella degli americani nati sotto la stella di Marte e quindi audaci e coraggiosi in guerra, a differenza degli smunti europei, influenzati invece da Venere e pronti ad imbarcarsi in imprese amorose piuttosto che belliche. Purtroppo, questa è una balla colossale che potrebbe farci sorridere amaramente se non fossimo di fronte al rischio potenziale di una guerra globale. Eric Salerno, corrispondente del Messaggero e autore di molti libri sul Medio Oriente, che si divide tra Roma e Gerusalemme, ha affermato il 6 gennaio in un’intervista radiofonica che la strategia di Trump è quella di firmare un accordo “vero” sul nucleare. Soleimani è stato eliminato perché era contrario a questo accordo e la sua scomparsa ha favorito i moderati iraniani che ora si trovano la strada libera per negoziare con il presidente americano. Una spiegazione di questo tipo è fuori dal mondo e non tiene conto dei fatti reali e della storia del secondo dopoguerra.

Come ha ricordato Donald Sassoon, storico e saggista britannico, in un’intervista radiofonica concessa sempre il 6 gennaio, non è detto che chi punta soltanto su una strategia militare alla fine riesca a vincere, e ha elencato le guerre di Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq e Libia. Ogni analista è libero di formulare ipotesi ed esprimere le proprie opinioni che vanno sempre rispettate, ma la realtà, ad esempio, dell’Afghanistan ci dice che l’enorme sforzo militare della più grande potenza del mondo ha ottenuto come risultato il controllo dei Talebani sulla maggior parte del territorio. La distruzione dello Stato iracheno non ha forgiato una moderna nazione democratica, ma ha creato una instabilità permanente di cui paghiamo oggi le conseguenze, e l’elenco potrebbe essere ancora lungo. Il conflitto con l’Iran non è inevitabile. Basta ricordare che sei anni fa la pesante eredità della rivoluzione islamica aveva cominciato a presentare delle crepe, era cresciuta una opposizione interna che aveva favorito l’ala più dialogante del regime; nel 2015 questa nuova situazione aveva portato alla firma di un accordo per limitare le ambizioni nucleari dell’Iran, con il patrocinio anche di Europa e Russia. Gli Stati Uniti avevano anche una tacita intesa di non aggressione con le unità speciali di Soleimani, durante la lotta comune contro l’Isis in Siria e Iraq. Abbiamo già dimenticato che fu proprio il generale ucciso che riuscì a fermare la prodigiosa avanzata dell’Isis a quaranta chilometri da Baghdad?

Il presidente Trump, che diverse associazioni di psichiatri americani hanno definito non adatto alla posizione che riveste, ama i grandi gesti teatrali ma non è in grado di valutare l’impatto strategico delle mosse che compie avventatamente. Sembra ossessionato dall’eliminazione di tutte le scelte di Obama, anche quelle valide.

L’accordo sul nucleare è praticamente morto perché, nel maggio del 2018, Trump ha ritirato il sostegno americano e imposto nuove, durissime sanzioni e la pavida Europa è stata totalmente incapace di iniziative politiche alternative. Con l’accordo sul nucleare l’amministrazione Obama aveva fatto un piccolo passo nella direzione giusta per tentare di aprire l’Iran al mondo e favorire la crescita delle forze più aperte alla modernità. La rottura operata da Trump ha rimesso tutto in discussione, ma è stata fatta senza una strategia e una prospettiva precise. Come nel caso della Corea del Nord, gli Stati Uniti hanno incassato soltanto parole e l’aggressività di Kim Jong-un, come pure la sua pericolosià, è rimasta esattamente la stessa.

Tra varie affermazioni farneticanti di bombardare siti archeologici iranaiani, Trump ha detto di non volere una guerra con l’Iran. Qualcuno che ha studiato la storia dovrebbe spiegargli che, a volte, le guerre scoppiano al di là delle intenzioni di chi fa mosse azzardate. Gli Stati Uniti, come pure Israele (entrambi potenze nucleari), possono vincere una guerra contro la repubblica islamica. La vera questione è il prezzo umano che sono disposti a pagare. Una guerra di quel tipo non può essere combattuta soltanto dall’alto, con droni e aerei, ma richiede l’uso massiccio della fanteria per il controllo del territorio. L’esercito iraniano è composto da mezzo milione di uomini e rappresenta la più potente forza militare che gli Stati Uniti hanno affrontato dopo l’esercito popolare cinese nella guerra di Corea. Come l’intelligence americana sa benissimo, gli iraniani hanno vasti collegamenti internazionali con strutture in grado di organizzare attentati e imboscate e ha molto potenziato le sue attività nella guerra cibernetica. Il Paese ha un’estensione enorme ed è prevalentemente montuoso, con un territorio adattissimo alla guerriglia. Può essere sconfitto militarmente ma a un costo in vite di militari americani che Trump non può permettersi. Non si può sottovalutare inoltre che l’Iran ha un’alleanza militare de facto con la Russia, con cui combatte fianco a fianco in Siria e che a fine dicembre 2019 si sono svolte manovre navali congiunte con Russia, Cina e Iran.

Le implicazioni future

Facciamo un’ultima riflessione osservando una cartina geografica. Nel 1955 la Gran Bretagna siglò un accordo con Pakistan, Iran, Iraq e Turchia in funzione anti sovietica che in seguito sarà denominato Patto Cento che gli Stati Uniti consideravano come un anello di congiunzione con la NATO. Cosa rimane oggi di quella vecchia alleanza? Il Pakistan, nominalmente alleato dell’Occidente nella “guerra al terrorismo”, ha una fortissima presenza di islamisti radicali, ampiamente rappresentati nell’esercito e nei servizi segreti. Non è certo casuale che flirti da sempre con i Talebani per affermare la sua “profondità strategica” in Afghanistan e che abbia ospitato e protetto Osama bin Laden fino alla sua morte. L’Iran considera gli Stati Uniti un “grande satana” e questo chiude il discorso. L’Iraq, nonostante gli enormi costi umani e finanziari (la prestigiosa Brown University del Rhode Island ha calcolato che le guerre in Iraq siano costate finora circa 1.300 miliardi di dollari) rimane un Paese distrutto, senza istituzioni riconosciute, scosso da durissime proteste popolari e massicciamente influenzato dall’odiato nemico iraniano, tramite le milizie sciite.

Una semplice mappa del Medio Oriente mostra il fallimento strategico della politica militare americana degli ultimi sessant’anni. Gli unici alleati degli USA sono Israele e l’Arabia Saudita.

Il sultano turco Erdogan, a capo del più potente esercito della NATO dopo quello americano, fa una propria politica neo-ottomana, spesso in contrasto con Europa e Stati Uniti, sigla intese con Serbia e Bosnia, invade la Siria settentrionale, invia propri militari in Libia e firma accordi sulle acque territoriali che rimettono arbitrariamente in discussione i diritti petroliferi di Egitto, Cipro, Israele e Grecia (e dell’Italiana ENI che ha già visto proprie navi minacciate di speronamento da parte della marina turca). Cosa ancora più grave, quello che doveva essere il bastione militare contro la potenza russa acquista dal nemico l’S-400, un sofisticato sistema di difesa missilistica, dopo il rifiuto americano di vendere i missili Patriot. Di fronte a questi fatti dovremmo porci delle domande sull’efficacia di una strategia muscolare che, sul lungo termine, non ha fatto altro che collezionare insuccessi. Non si conquistano i “cuori e le menti” delle popolazioni bombardando spietatamente, non intervenendo quando sarebbe necessario, abbandonando alleati come i curdi che hanno perso migliaia di persone nella guerra all’Isis. Per “vincere la pace” non servono soldati ma professori, infermieri, medici, ingegneri, architetti e una strategia adeguata. Da questo punto di vista, l’uccisione di Soleimani mette a nudo la debolezza americana e la sua incapacità di elaborare e realizzare prospettive diverse da quelle delle sole operazioni militari.

Galliano Maria Speri

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