Paldiski, le forme del tempo

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“Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma sai già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che si infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo.”
Italo Calvino, Le città invisibili

Potrebbe non essere il momento ideale per viaggiare. Ad ogni modo, alcuni dei paesaggi di cui sto per scrivere si possono vedere anche nel film Lilja 4-ever, un film svedese che racconta la terribile storia di Dangoule Rasalaite. Una storia che scosse il mondo intero nel 2000, rivelando dettagli agghiaccianti sulla tratta delle minorenni.

Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia

Sono in Estonia, a Paldiski, 45 chilometri ad ovest di Tallinn. Fino al 1994 questa piccola città portuale era una vivace base militare sovietica, sede di missili nucleari, sottomarini e 16.000 militari. Dopo che i militari se ne andarono la popolazione si ridusse drasticamente a circa 4.000 abitanti e Paldiski cadde in uno stato di decadenza.

Sebbene antiche tribù si fossero stabilite in quest’area nel primo millennio, furono gli svedesi a mettere quest’insediamento sulla mappa chiamandolo Rågervik nel XVII secolo. Dopo la guerra del nord, l’Estonia era nelle mani della Russia e nel 1718 Pietro il Grande lo scelse come sito per un porto in acque profonde. Voleva che fosse il più grande e sicuro dell’impero e decise di costruirci una fortezza ma, a causa della difficoltà nel tagliare la roccia calcarea, quando morì il progetto non era ancora terminato e fu abbandonato. Per la sua costruzione furono impiegati così tanti lavoratori forzati che il sito divenne conosciuto con il soprannome di “Seconda Siberia”. Dal confine nord della città, sono ancora visibili le sue mura e i profondi fossati scavati fino ad allora.

Anche se il progetto originario non venne mai portato a termine, i lavori di costruzione vennero ripresi con il regno di Caterina II e il porto crebbe d’importanza, fino a diventare nel 1762 il terzo più trafficato del regno. Successivamente ai due decenni d’indipendenza dell’Estonia, Paldiski fu ceduta all’URSS nel 1939, l’intera popolazione estone venne evacuata e la città fu trasformata in una base militare. Nel 1962 divenne la maggiore base di addestramento degli equipaggi dei sottomarini nucleari, fu completamente isolata e circondata di filo spinato fino all’agosto del 1994 quando, con il crollo dell’URSS, il ritiro del negoziato delle truppe russe pose fine alla presenza militare.
Svuotata dei militari, con una popolazione ridotta del 75% rispetto agli anni ’90, oggi Paldiski rientra tra le mete turistiche del paese oltre che per le incantevoli coste limitrofe, per i visibili resti del suo passato.

Per arrivarci in autobus serve circa un’ora e mezza dalla stazione di Tallinn. Durante il tragitto ho scorto dal finestrino persone sedute in mezzo alla campagna intente a fissare il trascorrere del tempo. Vagoni abbandonati trasformati in abitazioni.
La strada che percorre l’autobus attraversa campagne e distese di boschi, sembra volerci ricordare che viviamo necessariamente confinati in qualche angolo di mondo, per lo meno nel senso che assumiamo i modelli dell’ambiente in cui abitiamo e che quasi sempre riteniamo che il nostro angolo del mondo sia il centro dell’universo.

Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia

L’intera penisola è ancora ricoperta da bunker abbandonati, cumuli di cianfrusaglie non identificabili, detriti militari e interi condomìni abbandonati.

Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia

Le rovine” scriveva Marc Augé “non sono altro che la punta dell’iceberg di ciò che ci viene restituito del passato. Un invito a sentire il tempo.” E forse in un momento d’incertezza globale le rovine e le stratificazioni urbane potrebbero ricordarci il potere di trasformazione di cui le identità sono state capaci nell’attraversare la storia.

Claudia Sinigaglia

Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia
Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia
Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia
Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia
Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia
Paldiski. Foto di Claudia Sinigaglia

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