La Cina punta a realizzare il suo grande progetto di egemonia mondiale

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È indubbio che tra gli argomenti che occupano le discussioni di politici, economisti, accademici, industriali e specialisti, il grande Paese orientale occupa una posizione centrale. Il guaio è che ne parlano profusamente anche coloro che hanno nozioni molto vaghe dell’intricata e complessa genesi della Cina di oggi, tanto che sembrano prevalere nell’opinione pubblica idee riconducibili più al mito che a una spassionata disamina dei fatti storici. L’ultimo saggio di un autorevole sinologo canadese fornisce un notevole contributo alla conoscenza della seconda potenza economica mondiale e alla sua concezione di sé come prescelto dal Cielo per portare stabilità e pace al mondo.
Nel 221 a.C. la Cina venne riunificata in un’unica entità statale, certamente un passo molto importante ma non come quello che avvenne nel 1271, quando il mongolo Kublai Khan, che era riuscito a soggiogare l’impero cinese, emanò l’Editto di Fondazione dello Stato, annunciando che era venuto il momento di dare un nome al regno che egli aveva creato “tra i quattro mari”. Facendo riferimento a un passaggio del Libro dei mutamenti, venne scelto il termine yuan, che significa origine, e quindi il nuovo regime sarebbe stato chiamato Grande Yuan o più esattamente, se vogliamo rifarci alla nomenclatura mongola su cui si basa tale nome, “Grande Stato Yuan”. Kublai non si era ispirato al modello delle dinastie cinesi che lo avevano preceduto ma a quello di suo nonno Gengis Khan, il cui regno in espansione era conosciuto come “Grande Stato Mongolo”.

La Cina al centro del mondo

Non si pensi che l’elaborazione di un concetto come il “Grande Stato” sia una fissazione degli specialisti, che riguarda un ristretto numero di addetti ai lavori. Questa idea va compresa in profondità, perché è alla base di come i cinesi hanno visto se stessi negli ultimi secoli ma, soprattutto, implica la centralità della Cina negli affari mondiali. Il Grande Stato Yuan fu poi soppiantato nel 1368 dal Grande Stato Ming, sconfitto a sua volta nel 1644 dall’invasione Manciù che diede origine al Grande Stato Qing, durato fino al 1912, quando nacque la Repubblica cinese. Nel 1398 Zhu Di salì al trono assassinando suo nipote e prese il nome di Yongle, che significa “gioia perpetua”, dopo aver trionfato nella guerra civile che ne era seguita. Le sue prime dichiarazioni non lasciano dubbi su come l’imperatore considerava il suo regno. “Ora che tutto ciò che sta nei quattro mari è stato riunito in un’unica famiglia –si riferisce alla guerra civile da lui stesso scatenata– è bene chiarire a tutti, e il più ampiamente possibile, che non vi sono stranieri. I paesi che desiderano far professione di sincerità venendo a porgere il loro tributo possono dunque farlo”.

Kublai Khan (1215-1294), nipote di Gengis Khan, conquistò la Cina ed elaborò il modello di Grande Stato, che poi sarebbe sopravvissuto, attraverso varie dinastie, fino al 1912.

Poche settimane dopo, l’imperatore inviò ambasciatori a Ryukyu (l’odierna Okinawa), in Giappone, nel Vietnam del nord e del sud, ad Ayutthaya (in Siam), a Samudra (nel nord di Sumatra), a Giava e a Coromandel sulla costa indiana. Inizialmente non ottenne risultati immediati ma, successivamente, la maggior parte dei Paesi aderì alle richieste perché a quel tempo la Cina possedeva la più vasta e potente flotta dell’Oriente. La terminologia usata chiarisce perfettamente qual è la visione del mondo Ming. Il termine “unica famiglia” è un’espressione di cui Yongle si serve continuamente nella corrispondenza diplomatica ma è chiaro che colui che governava “tutto sotto il cielo” è ovviamente il capo di questa grande famiglia. Allo stesso modo, per quanto riguardava i tributi dovuti all’imperatore, non esistevano “stranieri”.
Nel 1406 un’imponente flotta cinese si profilò di fronte alle coste di Ceylon con circa trentamila persone tra soldati, dignitari e assistenti. Lo scopo della missione era di proporre al re locale di sottoporsi a una cerimonia di investitura per farsi riconoscere una posizione legittima. Il capo della delegazione, l’eunuco Zheng He, ricevette un fermo rifiuto e quattro anni dopo si ripresentò con la stessa richiesta, ottenendo una risposta identica. Facendo buon viso a cattivo gioco, Zheng si ritirò in buon ordine ma dopo tre mesi sbarcò segretamente seimila soldati che si inoltrarono nell’entroterra. Nissanka Algakkonara, viceré e comandante dell’esercito, colse quell’occasione per attaccare la flotta che era rimasta sguarnita. L’eunuco mantenne il sangue freddo, mandò metà del contingente a proteggere la flotta e proseguì con gli altri verso la capitale e grazie a un assalto a sorpresa, in cui vennero usate moderne armi da fuoco, penetrò nel palazzo reale e fece prigioniero il re e la sua famiglia, portandoli a Nanchino, nella capitale imperiale. Il messaggio a tutti coloro che non volevano sottomettersi ai Ming era chiaro.

Sic transit gloria mundi

Ma dall’epoca di Yongle, quando si poteva ordinare la costruzione di 1180 nuove navi per le missioni oceaniche, la Cina iniziò a chiudersi sempre più al mondo esterno e la timida apertura alle influenze culturali occidentali, mediate da vari missionari gesuiti, fu presto rovesciata in un’ostilità sempre maggiore. La drammatica debolezza dell’impero cinese divenne evidente a metà dell’800, durante le due Guerre dell’oppio, troppo note per essere approfondite qui, in seguito alle quali gli inglesi si garantirono la liberalizzazione delle esportazioni di oppio in Cina e ottennero la colonia di Hong Kong, oltre all’apertura di Canton e Shanghai al commercio estero. Nel 1860 venne stipulata la Convenzione di Pechino che consentiva ai cinesi di andare a lavorare all’estero. In effetti, le economie coloniali in Inghilterra, Francia e Spagna avevano un grande bisogno di manodopera a basso costo. L’abolizione della schiavitù dette poi un ulteriore contributo alla richiesta di forza lavoro cinese che venne usata massicciamente nella costruzione delle ferrovie negli Stati Uniti e nelle miniere del Sud Africa.
Qui vennero denunciati abusi e maltrattamenti che sconfinavano nella tortura. In pratica, nella regione del Transvaal le compagnie minerarie avevano deciso di ricorrere massicciamente al lavoro dei cinesi. Agenti reclutatori si incaricarono di far arrivare migliaia di operai ai quali venivano fatte promesse di grossi guadagni e buone condizioni di lavoro. Ma la realtà era molto diversa, perché i sorveglianti applicavano crudeli punizioni fisiche per garantire la disciplina e la fustigazione era una pratica molto diffusa. Il 6 settembre 1905 Frank Boland, giornalista del Morning Leader, pubblicò un articolo intitolato “Il prezzo dell’oro” in cui descriveva i metodi brutali usati dai sorveglianti nei confronti dei lavoratori cinesi. Ne seguì uno scandalo di grandi proporzioni che fece addirittura perdere le elezioni al partito conservatore britannico. Uno degli attivisti che si era scagliato contro lo sfruttamento dei cinesi nelle miniere sudafricane era un avvocato indiano. Si chiamava Mohandas  Gandhi.

Il risveglio della tigre

Oggi è molto difficile riuscire a sovrapporre l’immagine di ciò che viene chiamato “gigante

Xi Jinping, segretario del Partito comunista, capo dell’esercito e presidente a vita della Repubblica popolare cinese, ha poteri quasi illimitati e rappresenta una figura molto simile a quella degli antichi imperatori.

cinese” ai resoconti di quello che era diventato un grande serbatoio di manodopera a basso costo e, successivamente, un Paese schiacciato e dominato dalla potenza militare giapponese. Il saggio si conclude con un epilogo, denso di fatti e analisi, in cui vengono presentate delle considerazioni storiche rigorose che dovrebbero farci alzare più di un sopracciglio. Come abbiamo già visto, l’ideologia alla base della nozione di “Grande Stato” fu creata da Gengis Khan e ripresa da suo nipote Kublai e prevedeva una potenza in espansione, prediletta dal Cielo, che soggiogava via via gli stati confinanti. Forse non tutti gli storici saranno d’accordo con l’autore sul concetto di “Grande Stato” ma, comunque la si voglia chiamare, la Cina è oggi, insieme agli Stati Uniti e alla Russia, una Grande potenza proiettata economicamente e militarmente sull’intero globo. Brook ci ricorda che “l’autodeterminazione delle Grandi potenze non si fondava sui princìpi giuridici, come nel sistema dell’ONU, ma, appunto, sulla loro effettiva potenza”, come mostrò al mondo la Gran Bretagna con le Guerre dell’oppio.
La Cina sembra avere l’intenzione di non riconoscere il principio di eguaglianza tra stati sancito dalla Pace di Vestfalia del 1648 e agisce come una potenza autoreferenziale. Pechino fa la stessa politica delle potenze coloniali del XIX secolo. Brook ricorda il caso della Mongolia interna o, ancora più drammatico, quello del Tibet, invaso nel 1950 nel silenzio internazionale e completamente soggiogato agli interessi cinesi. Il caso degli Uiguri, una popolazione turca di fede islamica che aspirava all’indipendenza, è molto noto e non ha bisogno di ulteriori delucidazioni. “Per mezzo secolo –afferma l’autore- la Cina ha messo in campo svariate misure coloniali volte a indebolire l’identità etnica dei popoli non Han: trasferimento di cinesi Han in regioni abitate da minoranze con l’obiettivo di diminuire la composizione etnica, istituzione di scuole residenziali per studenti, fino alla rieducazione forzata per gli adulti”.

La politica neocoloniale di Pechino

Oltre alla colonizzazione diretta, dopo l’invasione militare, la Cina ha applicato una strategia “neocoloniale”, come l’ha definita il leader africano Kwame Nkrumah secondo il quale la decolonizzazione non portava all’autonomia ma a una dipendenza ancora più marcata dall’economia globale. La “strategia del debito” messa in campo dai cinesi è  chiaramente una politica neocoloniale perché mette quei Paesi che, incautamente, accettano le generose offerte di Pechino, in una posizione di dipendenza da cui non riescono più a liberarsi. Questo è quello che è avvenuto all’Equador che si è indebitato così tanto con Pechino da essere definito da Reuters nel 2011 “una filiale della Cina, che a quest’ultima appartiene completamente”. L’industria petrolifera ecuadoriana è oggi sotto il pieno controllo di Pechino. Lo Sri Lanka ha avuto un problema simile quando ha accettato un imponente prestito per lo sviluppo del porto di Hambantota, che per i cinesi ha una notevole rilevanza strategica in funzione anti-indiana. Non essendo in grado di ripagare il debito contratto, lo Sri Lanka si è visto costretto a trasferire alla Cina più del 70% del capitale di Hambantota, con una concessione della durata di novantanove anni.

Kwame Nkrumah (1909-1972) primo presidente del Ghana dopo l’indipendenza, elaborò la teoria del “neocolonialismo” secondo la quale, dopo aver concesso l’indipendenza, i vecchi colonizzatori avrebbero continuato a dominare gli ex colonizzati grazie al controllo dell’economia globale.

Secondo Brook, l’aggressiva politica estera di Pechino sembra perseguire il superamento del sistema ONU e delle sue regole per adottare una visione tipicamente cinese del mondo chiamata tianxia, “tutto sotto il cielo”, che è un’idea che risale alla dinastia Zhou e vuol dire che l’imperatore deve governare i suoi territori con il mandato del Cielo. “Così come un tempo  l’imperatore fu considerato figlio del Cielo –scrive il sinologo-, ai nostri giorni la Cina del Partito Comunista, lo stato più potente di tutti, è stato prescelto dal Cielo per presiedere una gerarchia internazionale che sta sotto di essa”. A differenza dell’Occidente democratico, in cui prevalgono (o dovrebbero farlo) i valori di libertà, eguaglianza e fraternità, in Oriente alla base della vita sociale e politica c’è il concetto confuciano di stabilità. In altre parole, l’assoggettamento del più debole al più forte è il prezzo da pagare per garantire la stabilità globale.
Il Partito comunista cinese basa la sua strategia egemonica su due idee portanti: “la prima –per l’autore- è quella secondo cui i princìpi di eguaglianza e non interferenza sanciti dalla Pace di Vestfalia sono d’intralcio alla prosperità economica. Tale prosperità richiede stabilità, e la stabilità ha bisogno di gerarchia. L’altra è che i popoli del mondo necessitano di leader politici che assecondino gli interessi nazionali della Cina”. Il linguaggio usato in questa strategia, che parla di “cooperazione amichevole”, del “mutuo beneficio” e della “prosperità condivisa” è straordinariamente affine a quello usato dai giapponesi in Cina e nel resto dell’Asia all’epoca della guerra alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. In quegli anni, il Giappone puntò a costruire un’egemonia militare che venne però ammantata da parole d’ordine seducenti. L’autore conclude chiedendosi se un eventuale superamento della Pax Americana a favore di una “Pax Sinica” potrebbe davvero giovare all’autodeterminazione degli stati e dei popoli. Il libro, con il suo rigoroso impianto storico, riesce a illuminare aspetti cruciali della complessa e millenaria civiltà cinese per cui è sicuramente utile per tutti coloro che si ripromettono di andare oltre i soliti stereotipi sul Celeste impero. Ci permettiamo anche di consigliare la lettura di questo saggio al nostro ministro degli Esteri che, nel periodo recente, ha fatto mosse azzardate frutto di una conoscenza a dir poco approssimativa della complessa strategia cinese.
di Galliano Maria Speri
Timothy Brook
Il leopardo di Kublai Khan
Una storia mondiale della Cina
Saggi Einaudi, pp. XLII -446, 35 euro

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