Di Paolo L. Bernardini*
Se l’età elisabettiana ha sempre attirato l’interesse degli storici italiani, ed è tuttora oggetto di raffinate indagini – penso solo a quelle di Eleonora Belligni su De Dominis, nel solco del grande lavoro di Noel Malcolm, o al costante interesse per l’identificazione di Shakespeare con John Florio (Laura Orsi) – anche il “secolo breve” degli Stuart da cinquant’anni almeno attira l’attenzione della storiografia italiana. Un secolo breve (1603-1689) sì, ma densissimo di avvenimenti, eppur meno tormentato del precedente. Quel che è “Barocco” per l’Europa continentale, per dirla brutalmente, è il Rinascimento tardivo dell’Inghilterra e della Scozia, due corone distinte su un capo solo, con un’apertura al mondo ben degna delle corti rinascimentali europee, e con una dialettica vivace ma solo molto occasionalmente mortale tra cattolici e protestanti, e due rivoluzioni in mezzo, una gloriosa l’altra assai meno, la prima da cui origina la prima “democrazia” moderna, e l’altra che vede cadere nel cestino la testa di un re, anticipando di un secolo e mezzo quella francese (fu la rivoluzione di Cromwell, e non quella del Parlamento, il vero modello, o piuttosto la vera anticipazione ideale del 1789).

Cromwell contempla il cadavere di Carlo I. Opera di Hippolyte Delaroche/Wikimedia


Ora, un bel libro, documentato e panoramico, La corona e il cannocchiale. La scienza inglese e scozzese nel secolo degli Stuart (Città del Silenzio, 2019, pagine 348, euro 22,00), di Davide Arecco, ricercatore presso l’Università di Genova, getta luce su gran parte del mondo intellettuale britannico al tempo degli Stuart, e anche oltre, con numerose puntate nell’età illuministica. Cosa singolare, il volume di Arecco, panoramica amplissima, esce in contemporanea con un altro, di Alessandro Cont, Corte britannica e Stati italiani. Rapporti politici, diplomatici e culturali (1685-1688), con prefazione di Christopher Storrs, nella prestigiosa collana “Biblioteca della Nuova Rivista Storica”, edita dalla Dante Alighieri: che invece si occupa di appena quattro anni. Ora, si vede bene come il secolo degli Stuart mantenga una posizione privilegiata nella storiografia italiana. Da Chiara Giuntini, scomparsa nel 2013, a Stefano Villani, al Dario Pfanner autore di una riscoperta di Blount, Tra scetticismo e libertinismo. Charles Blount (1654-1693) e la cultura del libero pensiero nell’Inghilterra degli ultimi Stuart (2013), per giungere, e ne cito soltanto due, agli studiosi di ultima generazione, Giovanni Tarantino e Diego Lucci, l’uno a Firenze, l’altro all’AUBG in Bulgaria, che da anni portano avanti lo studio del deismo, con notevole successo.
Il libro di Arecco è molto dettagliato, prende in esame gran parte della produzione intellettuale inglese e scozzese nel periodo, sacrificando alla visione d’insieme il particolare, ma fornendo un’utilissima sintesi. La tesi di fondo è quella della permanenza di un sostrato magico-alchemico nella scienza inglese, insieme alla presenza di fortissimi influssi italiani, e non solo, nel solco della continuazione-perfezionamento degli ideali, ma anche dei “metodi” rinascimentali (quanto di Leonardo “empirista” mancato vi è ad esempio in Bacon?), con continui riferimenti a personaggi che non per nulla proprio in Inghilterra avevano soggiornato a lungo, lasciando un profondissimo segno, come Giordano Bruno (ma non solo lui). Il libro ci porta a conoscere scienziati empiristi, ma anche scienziati con forti elementi razionalistici, a dimostrazione che la dicotomia “empirismo inglese” vs “razionalismo francese”, o “continentale”, non sta in piedi se non nelle peggiori banalizzazioni. Vi fu un razionalismo inglese, come vi fu un aristotelismo inglese, e perfino – Cudworth e la scuola di Cambridge – un platonismo inglese. In fondo il Seicento inglese è il maggior luogo di tensione intellettuale al mondo (come molto tempo fa ben vide Giulio Giorello): il cattolicesimo sempre latente, occasionalmente vittorioso, le lacerazioni nel cuore della Chiesa d’Inghilterra, l’emergere del deismo – che non è mai ateismo – sono riassunte da coppie polari, si pensi solo alla radicale contrapposizione tra Hobbes e Locke, entrambi giganti ben presenti nella trattazione di Arecco, e anch’essi costantemente oggetto della storiografia filosofica e politica italiana.
Per tanti aspetti la corte Stuart ricorda una corte rinascimentale italiana, e fiorisce un secolo dopo, quando ormai l’Italia “schiava” non riesce più ad esprimere simili corti, soprattutto dopo gli eventi tragici del 1630 e la crisi generale non necessariamente ascrivibile al trionfo della Controriforma. Il libro di Arecco non solo fornisce un panorama adeguato del “secolo breve” Stuart, ma riscopre e invita a studiare numerosi personaggi relativamente “minori”.

Henry Oldenburg (1612-1677); The Royal Society. Ritratto attriubitio a Jan van Cleve. Da Wikipedia

Pubblicato nel quarto centenario della nascita di Henry Oldenburg (1619-1677), uno dei due primi segretari della Royal Society alla costituzione della medesima nel 1662. Il libro ci invita a riscoprire ad esempio una figura fondamentale nei rapporti tra Italia e Inghilterra, quel John Dodington (1628-1673), “longa manus” proprio di Oldenburg a Venezia, le cui corrispondenze in qualità di diplomatico dalla Serenissima, dove fu inviato come segretario di Fauconberg dal febbraio al novembre 1670, sono di importanza straordinaria; in una Inghilterra dove il mito veneziano era ben presente, si pensi solo a un’opera largamente ispirata dal governo veneziano come Oceana di Harrington, poi ripresa da un altro cultore di cose veneziane (soprattutto ebraiche, ovvero Simone Luzzatto), come fu John Toland, a inizio Settecento.
Dal libro di Arecco vengono fuori un’Inghilterra e una Scozia vivacissime, perfettamente inserite nel contesto europeo, in grado di competere con la potenza politica e intellettuale che si stava allora consolidando, ovvero la Francia, ma anche di dialogare con tutto il mondo cattolico solo apparentemente lasciato alle spalle, e di vivere con entusiasmo una tardiva ma fecondissima espansione coloniale. Per tanti aspetti, neppure il Settecento, deposte le armi delle controversie confessionali, sarà altrettanto ricco del Seicento inglese.

*Ordinario di Storia Moderna, Università dell’Insubria, Como

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