Yemen: la peggiore crisi umanitaria del mondo, ma nessuno fa passi concreti per fermare la guerra civile

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La regione, conosciuta dai romani come Arabia Felix, in contrasto col resto desertico della penisola, è oggi uno dei paesi più poveri sulla terra ed è dilaniata da un conflitto che, dal 2015, vede contrapposte forze sunnite, appoggiate dall’Arabia Saudita, e sciite, sostenute dall’Iran. Le infrastrutture, le scuole, il sistema idrico e sanitario sono stati distrutti e milioni di persone rischiano di essere spazzate via dalla carestia. I ripetuti, ma finora inutili, appelli di Papa Francesco.
L’antico e favoloso Yemen, ricco di monti e fiumi, era un regno prospero che esportava il ricercatissimo incenso, tanto da accendere gli interessi degli antichi romani che, però, non riuscirono mai a conquistarlo. Successivamente, dal XV al XVII secolo, il suo porto di Moca, scritto anche Mokha, rappresentò uno snodo cruciale per l’allora nascente commercio del caffè, tanto da dare il nome all’omonima qualità e alla macchinetta per prepararlo. Il Paese è vittima da decenni di scontri tra tribù e rivendicazioni di minoranze religiose ma, dal 2015, quando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti decisero l’intervento militare diretto, usando principalmente l’aviazione, le vittime sono aumentate esponenzialmente e il territorio marcia spedito verso la catastrofe.

I dati del disastro

Il 1 dicembre 2020, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA) ha pubblicato sul suo sito un documento con l’aggiornamento dei dati sul conflitto. Secondo quanto riportato, nel 2020 gli scontri si sono intensificati e sono state identificate 47 linee del fronte, rispetto alle 33 di inizio anno. “La guerra –afferma il dossier- ha già causato 233.000 morti, di cui 131.000 vanno considerate vittime collaterali della mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture”. I rifugiati interni, costretti ad abbandonare le loro abitazioni, hanno superato i tre milioni (un decimo dell’intera popolazione), mentre l’80% degli yemeniti sopravvive soltanto grazie agli aiuti umanitari internazionali. A novembre del 2020 il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha ammonito che lo Yemen correva “il pericolo imminente della peggiore carestia che il mondo ha visto negli ultimi decenni”. Anche Henrietta Fore, direttrice del fondo per l’infanzia dell’UNICEF, ha dichiarato che il Paese si trova di fronte ad una “catastrofe imminente”.
Rispetto ai 535 milioni di dollari richiesti dall’UNICEF ne sono stati raccolti 237, rendendo molto complesso qualsiasi intervento in loco, tanto che ci sono problemi sempre più gravi di malnutrizione che colpiscono vasti strati della popolazione. A peggiorare la situazione, nel 2018 nella regione costiera di Hodeidah, la quarta città dello Yemen, c‘è stato un aumento del 170% dei casi di colera. La situazione igienico-sanitaria è disastrosa perché la strategia della coalizione a guida saudita è quella di bombardare le infrastrutture, nel tentativo di fiaccare le forze dei ribelli, con il risultato di colpire direttamente la popolazione civile, la principale vittima del conflitto. Tamer Kirolos, direttore di Save the Children Yemen, ha dichiarato che “affrontare il colera è abbastanza semplice, a patto che i bambini possano essere reidratati e curati con antibiotici nelle strutture ospedaliere. Ma cinque anni di guerra hanno condotto al crollo quasi totale del sistema sanitario”. Secondo Orazio Ragusa Sturniolo, portavoce di Azione contro la fame, la distruzione delle infrastrutture idriche e ospedaliere ha costretto la maggioranza della popolazione a dipendere dagli aiuti internazionali tanto che “oggi quattro milioni di persone fanno riferimento all’approvvigionamento idrico delle autocisterne ma non sempre è possibile portare loro l’acqua, perché nel paese c’è anche una grave crisi legata al carburante“. Non sono disponibili dati ufficiali sulla diffusione del Covid-19, ma si può immaginare che, date le condizioni generali, la pandemia abbia colpito in modo molto pesante.

Più di 3.000 bambini sono stati uccisi nel conflitto e i sopravvissuti hanno assistito anche alla distruzione delle loro scuole, tanto che un’intera generazione è stata privata di qualunque forma di istruzione.

Papa Francesco ha lanciato più volte appelli accorati affinché le parti in causa raggiungessero un accordo che portasse alla pace. Il 3 febbraio del 2019, dopo l’Angelus, Papa Francesco ha ricordato che “la popolazione è stremata dal lungo conflitto e moltissimi bambini soffrono la fame, ma non si riesce ad accedere ai depositi di alimenti. Fratelli e sorelle, il grido di questi bambini e dei loro genitori sale al cospetto di Dio”. Durante l’udienza del 27 marzo 2019, Papa Francesco ha ricordato i bambini che soffrono la fame in Yemen, Siria, Sud Sudan. Durante il saluto del primo gennaio 2021, il Santo Padre ha espresso “preoccupazione per l’ulteriore inasprimento delle violenze in Yemen, che sta causando molte vittime innocenti, e prego affinché ci si adoperi per trovare soluzioni che permettano il ritorno alla pace per quelle martoriate popolazioni”.

Alle radici del conflitto

Lo Yemen odierno deriva dalla riunificazione, avvenuta il 22 maggio 1990, della Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (conosciuta anche come Yemen del Sud, comunista) con la Repubblica Araba dello Yemen (nota anche come Yemen del Nord, tradizionalista). Ma anche nello Yemen del Nord, tra il 1962 e il 1970, c’era stata una guerra civile che aveva visto contrapposti l’imam Muhammad al-Badr, appena insediato sul trono, e un gruppo di ufficiali dell’esercito che invece volevano creare una repubblica. Con le forze monarchiche si erano schierati la Giordania, l’Arabia Saudita, Israele, che aveva fornito aiuti militari, mentre il Regno Unito, antica potenza coloniale dell’area, aveva condotto operazioni segrete. Il fronte repubblicano era stato invece appoggiato dall’Egitto di Nasser, che aveva inviato fino a 70.000 soldati, e dall’Unione Sovietica. Alla fine, prevalsero le forze anti monarchiche (per la cronaca, anche l’Italia si era schierata in favore dei repubblicani, ma era il periodo in cui molte imprese italiane stavano lavorando al grande progetto della diga di Assuan in Egitto).
Le origini della guerra civile attuale derivano dal fallimento di una transizione politica che avrebbe dovuto stabilizzare il Paese dopo l’ondata rivoluzionaria del 2011, che aveva costretto il presidente Ali Abdullah Saleh, artefice della riunificazione, a cedere il potere al suo vice, Abd Rabbu Mansour Hadi. Immediatamente, il neopresidente si era trovato di fronte a una complessa serie di problemi come gli attacchi dei terroristi jihadisti, un movimento separatista nel sud, il sostegno a Saleh che era ancora forte all’interno degli apparati statali, oltre alla corruzione diffusa, la disoccupazione e la scarsità di cibo.
Il movimento degli Houthi, appartenente alla minoranza sciita zaidita (diverso dalla versione sciita iraniana), che negli anni precedenti aveva guidato una serie di rivolte contro Saleh, aveva approfittato della debolezza di Hadi per prendere rapidamente il controllo della regione settentrionale di Saada e si era anche guadagnato le simpatie di tutti i delusi della transizione, inclusi molti sunniti, riuscendo a entrare, alla fine del 2014, nella capitale Sana’a. Nel gennaio del 2015, dopo il fallimento dei negoziati, i ribelli hanno occupato il palazzo presidenziale costringendo alle dimissioni il presidente Hadi e il suo governo, rifugiatosi successivamente in Arabia Saudita, ma poi rientrato in Yemen.

I massicci bombardamenti dell’aviazione saudita hanno fatto migliaia di vittime e inflitto danni gravissimi alla città di Sana’a.

Per fronteggiare la nuova situazione e temendo che una forza legata a Tehran si insediasse ai propri confini, Riad e gli Emirati Arabi Uniti si sono messi alla testa di una coalizione che ha iniziato, sotto le pressioni dell’erede al trono saudita Mohammed bin Salman, una massiccia campagna di bombardamenti aerei, con l’appoggio logistico dell’intelligence statunitense. Tra i bersagli colpiti nelle aree controllate dagli Houthi ci sono stati ospedali, scuole, strade, feste di matrimonio, oltre a centrali elettriche e acquedotti. Le vittime civili sono state migliaia, ma questo non è riuscito a modificare i rapporti di forza sul campo, perché gli Houthi, tatticamente preparati e ben armati, hanno contrattaccato con centinaia di droni che sono riusciti a colpire città e impianti petroliferi all’interno del territorio saudita. Fortunatamente, molti droni sono stati intercettati dal sistema antimissilistico venduto dagli USA a Riad.

Il gioco è più sporco e complicato di quello che sembra

Il tentativo di presentare la guerra civile yemenita come uno scontro per interposta persona tra il fronte sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita e quello sciita, guidato dall’Iran, è una semplificazione approssimativa perché sul terreno la situazione è molto più complessa delle apparenze. Il segretario generale dell’ONU ha lanciato in più occasioni l’allarme per la “catastrofe imminente” ma, nella pratica, non è stato fatto alcun passo concreto per far tacere le armi e iniziare un processo negoziale con lo scopo di arrivare a un accordo condiviso. Gli aerei di Riad e Abu Dhabi hanno compiuto crimini di guerra, come pure i ribelli Houthi che hanno colpito con i droni la popolazione civile di città yemenite. Il fatto è che l’America non intende mediare alcunché, visto che è parte in causa del conflitto, essendo responsabile non solo di forniture militari ai sauditi,  ma anche della complessa rete di informazioni che rende possibili i bombardamenti. Nel marzo del 2019, entrambe le camere del Congresso americano hanno approvato una risoluzione per porre fine al sostegno dell’offensiva militare a guida saudita. Il presidente Trump ha posto il veto e il senato non è riuscito a raggiungere la maggioranza qualificata che permetteva il superamento del veto presidenziale.
Un problema ulteriore è che nel caos yemenita, in alcune aree del territorio, si sono

L’Eurofighter Typhoon è un aereo militare multiruolo prodotto dalla britannica BAE, dal gruppo Airbus e dall’italiana Leonardo. L’Arabia Saudita, che ne possiede circa 60 esemplari ma ne ha ordinati alla BAE altri 48, li ha usati nelle campagne di bombardamenti in Yemen.

insediati gruppi di militanti di al-Qaeda e questo ha consentito agli Stati Uniti di organizzare una lunga serie di attacchi con i droni che hanno ucciso molti terroristi (e un numero imprecisato di civili). È stato calcolato che, dall’inizio della guerra civile, siano stati eliminati circa 240 sospetti terroristi. Anche la Gran Bretagna, oltre a fornire ai sauditi i jet da combattimento Typhoon usati in Yemen (un affare da 20 miliardi di sterline), si è occupata dell’addestramento dei piloti. Secondo i dati ottenuti da Declassified UK dal ministero della Difesa britannico, nel 2019 più di trecento sauditi sono stati addestrati in sei basi della Royal Air Force. Dopo una sentenza di un tribunale di Londra del giugno 2019, il governo aveva assicurato il parlamento che “non avrebbe più fornito nuove licenze per l’esportazione di materiale bellico verso l’Arabia Saudita e i suoi alleati nella coalizione che potrebbero essere usate nel conflitto in Yemen”. Ma nel luglio 2020 Liz Truss, ministro al Commercio internazionale, dopo una revisione dei contratti in essere, ha deciso di riprendere l’esportazione di armi, dichiarando che qualunque violazione della legge internazionale rappresentava un “incidente isolato”.
A complicare ulteriormente la situazione, si è aperto un profondo dissidio tra sauditi ed emiratini, che hanno appoggiato il Consiglio di Transizione del Sud, un movimento scissionista che intende prendere il potere nella parte meridionale dello Yemen, indebolendo così il fronte anti Houthi. Il 5 novembre 2019 le due parti hanno raggiunto un accordo a Riad per rinviare ogni discussione sul futuro assetto dello Yemen alla risoluzione della questione Houthi. Il 19 dicembre 2020 i separatisti hanno accettato di entrare in un nuovo governo, guidato dal presidente Hadi, insieme ad altre forze a ostili all’Iran, ponendo fine per ora a questa “guerra civile nella guerra civile”, come è stato definito lo scontro tra Riad e Abu Dhabi.

Si potrà salvare la città vecchia di Sana’a?

Ma, oltre al dramma umanitario, la guerra rischia di infliggere un colpo mortale anche ai palazzi secolari di Sana’a, costruiti con mattoni di fango essiccati al sole, e dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1986, grazie a un appello che Pier Paolo Pasolini fece nel 1970. Proprio nella capitale yemenita lo scrittore e regista italiano aveva girato alcune scene del suo Decameron ed era rimasto così colpito dalle bellezza degli edifici e delle mura che, nell’ottobre del 1970, dopo aver ultimato le riprese, realizzò un cortometraggio, concepito come “Documentario in forma di appello all’UNESCO”, dove sottolineava lo splendore, ma anche la fragilità delle antiche abitazioni che rischiavano di scomparire sotto i colpi di maglio dell’incipiente modernizzazione. Nel 1974, Pasolini tornò ancora una volta in Yemen, dove girò la maggior parte del suo film Il fiore delle mille e una notte.

A causa della guerra, la manutenzione dei fragili edifici secolari della città vecchia di Sana’a è saltata e le alluvioni che hanno colpito il Paese nell’agosto 2020 hanno fatto danni tremendi.

I cinque anni di conflitto hanno causato la distruzione di alcuni edifici, ma il pericolo maggiore deriva ora dalla carenza di manutenzione e dalle piogge torrenziali che nell’agosto del 2020 hanno colpito Sana’a, ininterrottamente per un mese, causando la morte di 130 persone e infliggendo gravi danni a molti antichi palazzi che sono crollati, in un mare di fango. L’UNESCO ha pubblicizzato la sua intenzione di raccogliere fondi per un intervento di restauro, anche se con la guerra ancora in corso non si può essere troppo ottimisti. Pasolini aveva affermato che “lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Sana’a, la capitale, una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell’incompatibile disegno… è uno dei miei sogni”. Salvare la bellezza e la cultura dovrebbe essere un incentivo ulteriore per porre fine a questo sciagurato conflitto.
di Galliano Maria Speri

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