La battaglia per Madrid e la sorte della moderazione in Spagna

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Leonardo Servadio
Il fatto è passato quasi inosservato a livello internazionale, ma le recenti elezioni nella comunità autonoma di Madrid, svoltesi il 4 maggio 2021, hanno avuto un esito dirompente, che apre un periodo nuovo la cui rilevanza per la vita politica spagnola può forse essere paragonata a quella del 1975-78, quando il Paese passò dalla dittatura franchista alla democrazia.
In realtà, che avrebbe vinto il PP (Partido Popular) con la sua candidata alla presidenza della comunità autonoma, Isabel Ayuso, era scontato, ma non scontata era la veemenza che avrebbe caratterizzato la campagna elettorale né la misura del risultato, che pone le basi per un potenziale sconvolgimento anche a livello nazionale.
Per vari motivi: innanzi tutto perché il PSOE (Partido Socialista Obrero Español) è stato sonoramente sconfitto, e questo partito è attualmente al governo del Paese avendo come Primo ministro Pedro Sanchez in una inedita quanto fragile coalizione con Podemos sostenuta dall’astensione di altri piccoli partiti indipendentisti come ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), Bildu (partito indipendentista basco che accoglie al suo interno anche ex terroristi dell’ETA), PNV (Partito nazionalista basco) e altri partiti quali Más País (sorto da una scissione di Podemos), Partido Regionalista de Cantabria e Teruel Existe.
In secondo luogo perché a conseguenza del risultato elettorale Pablo Iglesias, fondatore e uomo forte di Podemos, ha annunciato di ritirarsi dalla politica partitica per ritornare al suo precedente ruolo di commentatore politico e propagandista massmediatico, oltre che presumibilmente di docente.
In terzo luogo perché Ciudadanos, che con Podemos ha costituito la novità politica del secondo decennio del XXI secolo, non ha ottenuto la percentuale minima per avere una rappresentanza nel parlamento autonomico madrileno e si è avviato al possibile tramonto anche a livello nazionale.
I risultati
Isabel Ayuso governava Madrid dal 2019 in coalizione con Ciudadanos, pur avendo avuto in quelle elezioni una percentuale inferiore a quella del PSOE. La sua coalizione contava con i 30 deputati del PP e i 26 di Ciudadanos giovandosi dell’astensione dei 12 deputati di Vox. Il PSOE aveva 37 deputati, Más Madrid (l’espressione madrileña di Más País) ne aveva 20 e Podemos (insieme con Izquierda Unida cioè l’ex PCE, il partito comunista) ne aveva 7.
Il risultato delle elezioni del 4 maggio è stato che il PP ha ottenuto 65 deputati, più che raddoppiando il risultato precedente, il secondo partito più votato è risultato Más Madrid con 24 eletti, tanti quanti il PSOE che però ha ricevuto un numero di voti un poco inferiore, quindi Vox ha eletto 13 deputati e Podemos ne ha ottenuti 10. Ciudadanos non ne ha eletto alcuno. Per governare nella comunità di Madrid si richiede il voto di almeno 69 deputati. Ayuso pertanto avrà bisogno ancora dell’astensione di Vox.
Il retroscena delle elezioni
Ayuso ha annunciato l’indizione di nuove elezioni autonomiche la mattina del 10 marzo 2021, quando ancora non erano trascorsi due anni da quelle precedenti mentre la durata usuale dell’amministrazione è di quattro anni. La ragione è che quella stessa mattina nella comunità autonoma di Murcia, governata da una coalizione simile, di PP e Ciudadanos, quest’ultimo partito annunciò che avrebbe aderito al voto di sfiducia lì attivato dal PSOE, avendo la direzione nazionale deciso che in quella comunità si sarebbe alleato proprio col PSOE
Temendo che anche a Madrid Ciudadanos compisse la stessa manovra, Ayuso è subito ricorsa l’annuncio dell’indizione di nuove elezioni così impedendo qualsiasi ipotetica iniziativa contro il suo governo: i presidenti delle comunità autonome hanno questa facoltà.
Lo ha fatto, anche perché le era chiaro che nei due anni di governo trascorsi era stata in grado di ottenere l’appoggio della maggioranza dei cittadini, soprattutto grazie alla sua politica economica, che ha consentito alla comunità di Madrid di risentire meno di altre dell’emergenza pandemica.
La Ayuso si era anche profilata come una forte oppositrice delle politiche del governo nazionale, piuttosto ondivago nella gestione della crisi, così acquisendo una visibilità che è andata ben al di là dei confini della sua comunità.
Una sfida nazionale
Quindi da un lato nel Paese c’era il PSOE che cercava di ottenere che Ciudadanos rompesse le coalizioni costituite col PP in diverse comunità autonome, per formare nuovi governi comunitari che escludessero quest’ultimo partito. E dall’altro c’era il PP che cercava di prevenire tale operazione.
In mezzo, Ciudadanos, il partito che era sorto in Catalogna nel primo decennio del XXI secolo contrapponendosi alle pulsioni indipendentiste crescenti in quella comunità autonoma. L’indipendentismo catalano si è fatto via via più virulento in questo scorcio di secolo: tentò un referendum per l’indipendenza nel 2014 e ne attuò uno effettivamente nel 2017: un referendum peraltro incostituzionale, gestito in modo illegale, che portò a diversi scontri con le forze dell’ordine.
Grazie alla sua ferma politica favorevole alla Costituzione nazionale (approvata nel 1978 quando si instaurò la democrazia dopo la morte del dittatore Franco), Ciudadanos nelle elezioni autonomiche catalane del 2017 fu il partito più votato e ottenne la maggioranza relativa del parlamento autonomico.
Nel frattempo aveva acquisito anche, dal 2015, una rilevanza nazionale con una cospicua rappresentanza nel parlamento centrale, presentandosi come partito liberale. Ma il modo in cui gestì quel successo in Catalogna gettò il seme della sua decadenza. Decise infatti di non tentare neppure di costituire il governo autonomo catalano, pur avendone il diritto-dovere essendo partito di maggioranza: dava per scontato che gli altri partiti indipendentisti glie lo avrebbero impedito.
Ma che senso ha votare un partito che neppure si impegna a cercare di formare un governo, pur vincendo le elezioni? Nelle successive elezioni autonomiche catalane, svoltesi nel febbraio 2021, ha perso 30 dei 36 deputati che aveva ottenuto nel 2017, riducendosi all’insignificanza.
Tuttavia con la sua politica centrista, nelle elezioni nazionali tenutesi nell’aprile 2019 Ciudadanos ottenne un grande risultato ed elesse una cinquantina di parlamentari.
Il problema è che dopo quelle elezioni il PSOE, che le aveva vinte, non riuscì a formare un governo nazionale: ci sarebbe riuscito solo se Ciudadanos lo avesse appoggiato entrando in un governo di coalizione. Il PSOE allora diceva che mai avrebbe potuto governare con Podemos: un partito troppo sbilanciato a sinistra, sospettato di eccessivi legami col governo venezuelano. Ma neppure poté formare un governo con Ciudadanos, che al quel tempo gli si opponeva.
Si ripeté il problema: che senso ha votare per un partito che si rifiuta di usare i voti per governare?
Nel novembre dello stesso anno il socialista Pedro Sanchez, che reggeva il governo nazionale per la gestione degli affari correnti, dovette indire nuove elezioni per poter formare un governo con pieni poteri. Anche in queste ultime Ciudadanos ebbe un crollo e riuscì ad eleggere solo una decina di deputati. In compenso emerse Vox, partito fortemente conservatore, ottenendo 52 deputati e divenendo la terza forza politica più importante in Spagna dopo il PSOE e il PP.
Allora Sanchez costituì il governo nazionale attuale, in coalizione con Podemos e l’appoggio esterno delle forze indipendentiste.
Dopo la sua debacle nelle elezioni madrilene gli osservatori danno praticamente per finito il partito Ciudadanos e con esso il tentativo di costituire una forza politica centrista, liberale, e disponibile a costituire alleanze sia a destra, sia a sinistra (come peraltro ha fatto in alcune amministrazioni locali).
Il radicalismo
In tali condizioni, la polarizzazione politica si è sempre più radicalizzata. Per la prima volta due partiti marcatamente indipendentisti come Bildu ed ERC sono diventati cruciali per la tenuta del governo nazionale; per la prima volta un partito che ha al suo interno componenti di origine comunista è entrato come partner nel governo nazionale.
Vox spesso viene sbrigativamente liquidato come “neofranchista” se non “neofascista” da parte di chi lo osteggia. Il problema è assai più complesso e difficile da intendersi senza considerare quanto è avvenuto in Spagna in questi ultimi cinquant’anni.
Le pulsioni indipendentiste catalane e basche, il fatto che fino ai primi anni del XXI secolo l’ETA ha continuato a compiere attentati terroristici, il fatto che anche in Catalogna sia cresciuto il livello di violenza (vi sono stati diversi episodi di intolleranza antispagnola nel corso di diverse manifestazioni politiche in particolare dal 2015 in poi), ha provocato una crescente reazione da parte della cittadinanza che non desidera vedere sfaldarsi l’unità del Paese.
Da questo deriva la forza di Vox, partito che è sorto da una costola del PP, fondato da persone che sono state vittimizzate dall’ETA negli anni passati: è un partito che ovviamente aggrega i più decisi sostenitori dell’unità spagnola, ma è divenuto polo di attrazione anche per un certo grado di xenofobia e di antifemminismo, e non manca di farne sfoggio durante le campagne elettorali. La sua forza deriva anche dal desiderio di molti, di contrastare l’acquiescenza mostrata dal PSOE e in certa misura anche dal PP, verso le pulsioni più strane emerse a seguito della corrente del political correctness, seguite in particolare da Podemos.
Un esempio di questo è il fatto che Irene Montero, compagna di Pablo Iglesias e ministra dell’Uguaglianza nel governo nazionale, nel partecipare alla campagna per le recenti elezioni madrilene si rivolgeva al pubblico usando di fila i tre generi: maschile, femminile e neutro: “amigas, amigos, amigues”. Per non lasciare indietro nessuno nella comunità LGBT, ma sollevando qualche perplessità per via della preminenza che tali attenzioni assumono nel dibattito politico, pur quando imperversa una crisi economica e sanitaria di dimensioni non indifferenti.
Madrilena e nazionale
Essendo chiaro a tutti che la Ayuso avrebbe vinte le elezioni a Madrid, e apparendo fin dall’inizio improbabile che Ciudadanos riuscisse a eleggere qualche deputato nel parlamento autonomico, per entrare nel quale occorre superare lo sbarramento elettorale del 5 percento, la questione diveniva, se le forze che si ritengono di sinistra, cioè PSOE, Podemos e Más Madrid, fossero in grado di raccogliere una quantità di voti sufficienti per evitare che il PP della Ayuso governasse, o insieme con Vox, o con l’appoggio esterno di Vox.
Pablo Iglesias, che peraltro occupava l’importante carica di “vicepresidente secondo” del governo nazionale di Sanchez (il governo spagnolo attuale conta ben 4 vicepresidenze distribuite in ordine gerarchico), fiutando la possibilità di sconfitta decise di abbandonare la sua carica e di buttarsi nella campagna elettorale di Madrid. Tentò innanzitutto di chiedere che Más Madrid per l’occasione ritornasse nel seno di Podemos, ma senza successo, e continuò paventando pericoli di neofranchismo per via della presenza di Vox.
Anche Pedro Sanchez si è coinvolto, sia indirettamente (pilotando la campagna elettorale dalla sede del governo nazionale), sia direttamente (lanciandosi in ammonimenti apocalittici e riesumando il “no pasaràn”).
In una circostanza, nel corso di un comizio di Vox nel quartiere di Vallecas il 7 aprile, si sono avuti disturbi con decine di feriti tra gli agenti della Polizia e i manifestanti. Secondo Podemos il comizio di Vox in un quartiere periferico ritenuto “rosso” era di per sé una provocazione inaccettabile. Secondo Vox, che peraltro ha una non indifferente percentuale di votanti anche in quel quartiere, vi è stata una brutale aggressione da parte di squadre di picchiatori venuti da altre zone. Secondo alcuni organi di stampa, tra coloro i quali hanno aggredito i convenuti c’erano alcuni guardaspalle di Pablo Iglesias. Si è trattato dell’unico episodio di violenza fisica verificatosi, ma la sua importanza non è stata piccola, né piccolo il numero di feriti.
La violenza nel corso della campagna elettorale è stata verbale, con scambi di accuse di “fascismo” e “comunismo”, da una parte e dall’altra. All’inizio lo slogan scelto dalla Ayuso era “Comunismo o libertà”, poi temperato in “Socialismo o libertà” e infine abbandonato per proclamare solo “Libertà”.
Il PSOE
Il candidato del PSOE, Angel Gabilondo, anziano cattedratico di filosofia e già deputato nell’assemblea madrilena, già vincitore delle elezioni del 2019, sarebbe stato propenso a esercitare una maggiore dose di moderazione nel corso della campagna del 2021. Ma la sua campagna è stata diretta dal Governo nazionale, e il suo partito è stato superato per numero di voti anche da Más Madrid, per quanto questo abbia ottenuto lo stesso numero di deputati, cioè 24. Finite le elezioni, è stato costretto a dare le dimissioni, per quanto artefice della sua campagna elettorale sia stato, a partire dalla scelta della lista dei candidati (secondo quanto riferiscono gli osservatori addentro nelle cose della politica spagnola) decisa dal capo del governo nazionale Pedro Sanchez, che avrebbe voluto potersi liberare della spina nel fianco rappresentata dalla Ayuso.

Pedro Sanchez interviene in un incontro nell’ambito della capagna elettorale per Madrid

Il PSOE un tempo aveva una solida base nelle circoscrizioni elettorali periferiche, la “cintura rossa” della città. Ora l’ha persa. Nella comunità ci sono 179 circoscrizioni: ha vinto solo in 2, le altre 177 hanno tutte registrato una maggioranza del PP.
Mappa delle circoscrizioni elettorali della Comunità di Madrid, paragone tra i risultati del 2019 (a destra) e del 2021 (a sinistra): in rosso le circoscrizioni con maggioranza PSOE in azzurro quelle con maggioranza PP in arancione quelle a maggioranza Ciudadanos.

Il problema è che il PSOE – un partito storico, un cardine della democrazia spagnola – in questi ultimi anni ha perso molto smalto, vuoi per l’incapacità di proporre una linea politica coerente e unitaria di fronte alla crisi sanitaria (il governo, finita la prima fase emergenziale, ha delegato alle comunità autonome la responsabilità della gestione della pandemia), vuoi per essere divenuto dipendente da Podemos (il cui leader Pablo Iglesias non è riuscito a ricavarsi una nicchia nel cuore degli spagnoli e neppure del suo stesso elettorato, visto che Más País ora minaccia di surclassarlo), vuoi per essere stato eccessivamente compiacente o noncurante verso i partiti indipendentisti – un errore, questo, che compì anche il precedente governo nazionale del PP, guidato da Mariano Rajoy.
La politica di Pedro Sanchez è stata oggetto di disapprovazione anche all’interno del suo stesso partito: tra i primi e più autorevoli critici c’è stato Felipe Gonzalez, colui che resse il governo spagnolo dal 1982 al 1996 accompagnando la Spagna nel suo primo periodo di grande sviluppo sociale ed economico dopo la fine del franchismo. E il socialista Joaquin Leguina, che è stato il primo presidente della comunità di Madrid, reggendo tale carica dal 1983 al 1995, a tal punto è rimasto disgustato dalla politica di Pedro Sanchez da annunciare nel corso della campagna elettorale madrilena che avrebbe votato per la Ayuso. A conseguenza, è stato espulso dal partito il quale però a questo punto non potrà fare a meno di chiedersi con questo andazzo dove andrà a finire: allontanando personaggi di orientamento moderato, coloro che conobbero il franchismo non per sentito dire e che scelsero la moderazione e il dialgo per portare il Paese in democrazia, finirà per essere sempre di più vittima della polarizzazione.
Nella quale per ora è risultato vincente solo il discorso di Más País, che nella sua branca madrilena è stato in grado, non solo di condurre le usuali, vetuste e ormai ben poco credibili diatribe ideologiche, ma anche di dare qualche indicazione fattiva e programmatica, per esempio parlando di scuole, infrastrutture, qualità della sanità.
A livello nazionale
L’anno prossimo vi saranno elezioni autonomiche in Andalusia, la comunità autonomica più vasta della Spagna che, sino al governo attuale retto dalla coalizione PP-Ciudadanos con l’appoggio esterno di Vox, è stata considerata un “feudo” socialista.
Lì il PSOE è accusato di notevoli traffici illegali compiuti col denaro pubblico per scopi clientelari. Sempre che il governo nazionale di Sanchez riesca a mantenersi in piedi nei prossimi mesi, sarà il futuro grande banco di prova della politica spagnola.
L’auspicio è che la generazione dei politici attuali, che tranne pochi casi si sentono lontani dal periodo franchista e dalla transizione alla democrazia, sappiano recuperare il senso della misura e non considerarlo un handicap, come è avvenuto per Gabilondo nel PSOE, perché altrimenti l’instabilità interna non farà che perpetuarsi e approfondirsi.
Come se si avesse nostalgia della guerra civile del 1933-35, come se bisognasse ancora combattere un franchismo ormai morto da 45 anni, come se non vi fosse possibilità di collaborare per l’interesse nazionale, neppure nella crisi più profonda.

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