Afghanistan. Non il Vietnam, ma un pezzo di sconfitta in un pezzo di guerra

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di Leonardo Servadio

Con la chiusura dell’intervento militare in Afghanistan e l’iconica scena straziante di persone che cercano di arrampicarsi assurdamente sul carrello di un aereo da trasporto statunitense per fuggire dal Paese in mano ai talebani, si sono sollevate le inevitabili grida: nuovo Vietnam per gli USA! Immorale che il presidente Joe Biden abbandoni un popolo al crudele destino del burqa imposto con la forza alle donne! E tanti ecc. Ma la facile e rapida “vittoria” dei talebani dovrebbe far considerare meglio: non hanno vinto una guerra, che implica schieramenti su fronti opposti. I talebani si sono semplicemente ripreso quanto avevano sempre conservato, cioè il controllo religioso e ideologico di una popolazione la cui struttura sociale è molto diversa da quella che noi occidentali siamo abituati a pensare.

Che cosa si pretendeva con l’invasione in Afghanistan

Decisa dalla Presidenza Bush nell’ottobre 2001, l’operazione in Afghanistan intendeva rispondere militarmente all’attacco di al Qaeda alle torri gemelle del settembre di quell’anno: catturare i colpevoli di quell’attentato terroristico e punirli. Già che c’erano, poi pensavano anche di dare una struttura sociale più simile a quella delle nostre società occidentali: scuole, istruzione, diritto di voto, libertà di mercato.

Il primo obiettivo è stato raggiunto con la cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden avvenuta il 2 maggio 2011 a Abbottabad, cittadina pakistana che si trova a due passi dall’Accademia militare del Pakistan. Ma la stessa ubicazione del rifugio di Bin Laden dà di che pensare: il Pakistan, per quanto sia servito da base di appoggio per le operzioni militari occidentali in Afghanistan, ha dato ricetto a quello che è stato considerato come il più pericoloso terrorista.

Bin Laden si era in anni precedenti rifugiato in Afghanistan e lì aveva addestrato le sue milizie. Ma il suo gruppo terrorista, nato dopo la sua conversione al radicalismo militante violento avvenuto a seguito del suo avvicinamento al gruppo religioso dei Fratelli Musulmani, era composto in prevalenza da sauditi e qualche egiziano. Però Bin Laden era convinto che il regime dei talebani afghani fosse l’unico che veramente interpretasse le volontà del Profeta.

Bin Laden aveva costituito il più importante gruppo terrorista di ispirazione islamica grazie ai suoi ingenti capitali e al supporto ottenuto da altri importanti detentori di petrodollari. La sua forza economica originava da suo padre che, pur essendo di origini yemenite, era riuscito a mettere assieme la più importante impresa di costruzioni in Arabia Saudita, cresciuta nel periodo in cui quel Paese è divenuto il più importante depositario di petrodollari (cfr The Bin Ladens, di Steve Coll). Poiché con l’attentato alle torri gemelle e con altri attentati condotti non solo in Paesi occidentali, Bin Laden e il suo al Qaeda erano diventati il nemico pubblico numero uno e poiché l’Afghanistan dei talebani era divenuto la sua principale base di operazione, sembrava sensato cercare di trasformare quel Paese così che non potesse più essere culla di terrorismo.

Ma dopo aver catturato Bin Laden, il principale motivo dietro all’impulso statunitense in Afghanistan era cessato, e infatti nel 2012 l’allora presidente Barak Obama cominciò il ritiro delle truppe statunitensi: quel ritiro che nell’agosto 2021 Biden non ha fatto che portare a termine.

NATO fuori area

L’operazione militare in Afghanistan è stata condotta bensì su impulso statunitense, ma ha ben presto coinvolto diversi altri Paesi nell’International Security Assistence Force (ISAF) patrocinata dall’ONU e composta da: i Paesi NATO (Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Cechia, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Montenegro, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovenia, Spagna, Turchia, Ungheria) più Armenia, Australia, Austria, Azerbaigian, Bahrein, Bosnia, Corea del Sud, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Finlandia, Georgia, Giordania, Kuwait, Irlanda, Macedonia, Malesia, Mongolia, Nuova Zelanda, Singapore, Svezia, Svizzera, Thailandia, Ucraina.

In pratica, è stata gran parte del mondo “occidentale” contro il regime talebano in Afghanistan perché questo è stato riconosciuto colpevole di complicità con al Qaeda.

La vasta mobilitazione internazionale è stata intesa non tanto come guerra, quanto come operazione di polizia per “sanificare” quello che era divenuto il santuario del più importante nemico pubblico.

Che le operazioni militari virassero, da quelle che erano state sino alla guerra del Vietnam, per divenire operazioni di carattere poliziesco era stato discusso sin dai primi anni ’80 del ‘900 in ambito NATO. E con la fine della guerra fredda è divenuto l’asse portante della strategia dell’Alleanza: cessato lo scontro globale tra superpotenze, l’attenzione si è volta verso operazioni di carattere regionale intese a stabilire un sistema di regimi politici coerenti con i valori occidentali.

Questa situazione si è tradotta in quello che papa Francesco ha chiamato la “terza guerra mondiale a pezzetti”: non esclusivamente per “colpa” della NATO, ma certamente si sarebbe potuto pensare a qualcosa di diverso. A partire proprio dall’Afghanistan, dove i talebani erano stati foraggiati e sostenuti dagli USA nell’ambito della guerra fredda in funzione anti-URSS, dopo che questa nel dicembre 1979 invase quel Paese e le parve di averlo preso sotto controllo per aver catturato Kabul. Ne seguì invece il lungo conflitto che terminò solo nel febbraio 1989 e si tradusse, questo sì, in una disfatta militare come, semmai peggio, quella subita dagli USA in Vietnam. La differenza essendo che l’URSS non aveva un’economia sufficientemente forte né valori condivisi al proprio interno tali da poter sopravvivere. Fu un disastro militare e una delle concause della sua sconfitta nella guerra fredda, e della fine del regime comunista.

Non il Vietnam

La situazione afghana di oggi è ben diversa da quella della guerra in Vietnam: questa fu condotta dagli USA e solo dagli USA contro le truppe nord vietnamite sostenute dall’URSS. Fu parte cospicua della guerra fredda. Fu combattuta da soldati di leva e proprio a seguito dei costi umani che comportò gli USA abbandonarono il sistema della leva obbligatoria e applicarono il modello delle truppe professionali, che si estese a tutti gli altri Paesi occidentali.

Fu per gli USA una sconfitta morale e politica oltre che militare. Perché, comunismo o non comunismo, fu chiaro che quella guerra aveva tutta l’aria di un’operazione imperialista, e non a caso nacque come la continuazione del colonialismo francese in Asia. Provocò uno sconvolgimento sociale enorme non solo negli USA e fu una delle motivazioni che accesero le rivolte studentesche sessantottesche. Provocò una crisi economica enorme: gli USA dovettero investire troppo e persero tutto: il de-pegging del dollaro dall’oro, e pertanto la fine del regime monetario di Bretton Woods deciso da Nixon il 15 agosto 1971 fu una delle conseguenze delle troppe spese sostenute per quella guerra. Provocò, o almeno favorì, l’invasione della droga in tutto il mondo occidentale: non che non ci fosse droga prima, ma per diversi motivi a causa della guerra in Vietnam il suo consumo si generalizzò e i suoi traffici aumentarono esponenzialmente. Questo perché molti soldati statunitensi presero a drogarsi in Vietnam e tornando a casa continuarono, generando una forte domanda in patria; perché il consumo di droga nell’ambito delle rivolte sessantottesche apparve ad alcuni come la manifestazione di una cultura nuova, l’Età dell’Aquario fondata sul pacifismo, il libero arbitrio e sulla non violenza, il che promosse un più vasto mercato un po’ ovunque nel mondo occidentale; e perché operazioni militari segrete per esempio in Cambogia presero a essere finanziate tramite il commercio di oppiacei, rafforzando il già esistente volano economico dei traffici di droga.

Quando gli USA se ne andarono da Saigon, molti nel mondo occidentale, anche non comunisti, salutarono l’evento con un sospiro di sollievo perché il fatto fu visto come una sconfitta dell’imperialismo occidentale.

La situazione attuale è ben diversa.

E ora?

Il ritiro dall’Afghanistan è stato preparato a lungo, con ripetuti incontri negoziali tra la diplomazia statunitense e i talebani. Si sapeva che avrebbero ripreso il potere dal quale erano stati scalzati manu militari. A parte il controllo politico in pochi strati sociali in alcune città, l’Afghanistan è rimasto quel che era.

È vero che soprattutto le truppe italiane hanno cercato di promuovere le scuole e la parità tra uomini e donne, tra ragazze e ragazzi. Qualcosa resterà. Ma l’Afghanistan ha una struttura sociale nomadica e un analfabetismo ancora molto diffuso. Una società non si cambia nel giro di pochi anni, né si cambia da fuori, né con la sola imposizione soprattutto se condotta da culture così radicalmente estranee.

Quel che ne esce sconfitto è il modello di guerra regionale condotta come operazione di polizia da forze esterne, nato una quarantina di anni fa in vista del crollo del regime comunista in URSS. Ha funzionato per catturare Bin Laden, non per cambiare una cultura nazionale.

La realtà e la rappresentazione

La questione ora è se il mondo occidentale capirà che è tempo di smettere di pensare che l’uso della forza possa rispondere a tutto quanto appare come problema nel mondo, e che il mondo sia (solo) quello che si rappresenta nei mass media.

Quando Trump vinse le elezioni del 2016 quasi nessuno se l’aspettava: si conoscevano gli USA di New York, Boston e Los Angeles, ma poco si sapeva del Paese “profondo”, fatto di campagne e piccole cittadine, di disoccupati e di chi si arrangia giorno per giorno, di fanatici che vivono con la pistola sotto il cuscino e sognano di far riemergere la Confederazione, e di chissà quanto altro. E se gli USA stessi non conoscevano se stessi, come possono supporre di conoscere un Paese lontano e così diverso come l’Afghanistan? E se non lo conoscono come possono supporre di interagirvi con efficacia? E forse che in Europa ne sappiamo quacosa di più? La vittoria dei talebani non è una vittoria, proprio come l’uscita dell’ISAF dall’Afghanistan non è una semplice sconfitta militare. È piuttosto l’ennesima sconfitta di un modo di pensare: l’idea che il mondo occidentale sia portatore di una civiltà superiore che necessariamente va imposta altrove.

Ogni Paese ha caratteri propri che vanno rispettati. Semmai integrati e migliorati attraverso il dialogo.

E la Cina

Sul piano dei rapporti internazionali, per quanto anche Turchia, Iran e Russia siano molto interessati alla zona afghano-pakistana, e desiderosi di acquisirvi maggiore peso, chi meglio è posizionata è la Cina. Perché da tempo ha maturato un rapporto privilegiato col Pakistan, che resterà il principale alleato dell’Afghanistan. E perché questi due Paesi, Pakistan e Afghanistan, sono i più direttamente interessati alla nuova “Via della Seta”, la Belt and Road initiative, ch’è l’asse portante della politica estera e economica cinese.

Sinora la Cina si è profilata come potenza interessata agli affari ma non a implicazioni politiche o strategiche, non ad avventure imperialiste. È un suo punto di forza, e già Mao Zetung amava presentarsi come il campione dei Paesi non allineati e come protettore del terzo mondo. Di qui i suoi tanti successi in Africa e America latina.

Ora bisognerà vedere se e come si comporterà nel nodo del Mar cinese meridionale e di Taiwan: il suo principale punctum dolens.

L’auspicio è che, facendo tesoro di questa lezione afghana, prevalga la forza della diplomazia e non la diplomazia della forza, sia da parte cinese, sia da parte occidentale.

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