Ucraina: umiliare militarmente la Russia sarebbe un pericoloso errore strategico

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L’invasione si sta rivelando fallimentare per Putin ma ha purtroppo innescato una serie di conseguenze in campo geopolitico, energetico e alimentare che potrebbero far saltare l’equilibrio in Europa e Medio Oriente per i decenni a venire. Bisogna isolare l’isteria bellicista, arrivare il prima possibile a una tregua e cercare di “vincere la pace” perché il tentativo di una vittoria militare sul campo potrebbe scatenare risposte incontrollabili che rischiano di sfociare in un conflitto nucleare sul suolo europeo.

Nel suo visionario romanzo filosofico Il processo di San Cristobal, il finissimo e poliedrico critico e saggista George Steiner paragona la figura di Hitler a quella del falso messia Sabbatai Zevi, arrivando a formulare l’ipotesi paradossale che sia stato proprio il fondatore del nazismo a essere il vero messia ebraico, perché è dall’orrore della Shoah che è nato lo Stato di Israele. Seguendo lo stesso ragionamento, per una peculiare eterogenesi dei fini, potremmo dire che è stato Vladimir Putin a forgiare nel sangue e nella brutalità lo spirito nazionale dell’Ucraina, facendo acquisire una potente identità a una popolazione che si batte compatta, con un coraggio ammirevole, nella difesa della propria libertà. L’attacco all’Ucraina, che avrebbe dovuto essere una marcia vittoriosa per liberare i “fratelli slavi”, si è rivelato invece una trappola mortale per l’esercito russo che ha mostrato gravi carenze organizzative e di operatività sul campo.

Cosa non ha funzionato

Contrariamente a quanto si aspettavano i russi, il presidente Volodymir Zelensky, qui ripreso durante uno dei suoi numerosi interventi televisivi, è rimasto al suo posto per guidare la resistenza del popolo che lo aveva eletto.

L’operazione è stata programmata nei minimi dettagli e con largo anticipo, ma è partita da premesse strategiche erronee e informazioni che si sono rivelate imprecise. Ai primi di febbraio, il Nono Direttorato della Quinta Sezione, il reparto del FSB (i servizi segreti russi) che si occupa delle analisi politiche all’estero, aveva condotto un sondaggio tra la popolazione. I risultati mostravano una profonda sfiducia degli ucraini verso le istituzioni del loro governo e certificavano le preoccupazioni per la diffusa corruzione, l’aumento del costo del cibo e dell’energia. Gli eventi reali si sono incaricati di smentire questa indagine. Anche le valutazioni sul presidente Zelensky si sono rivelate sbagliate: invece di fuggire terrorizzato, l’ex comico è stato trasformato dal manto regale che la sua carica gli aveva concesso e si è messo alla testa della rivolta popolare. Da uomo di spettacolo, è stato abilissimo nell’usare la rete per chiedere aiuto al mondo, facendo conoscere le ragioni e le motivazioni della nazione che rappresenta e rafforzando lo spirito patriottico. Da ex membro dell’Unione Sovietica, con gravi problemi di arretratezza economica, nazionalismo fanatico, diffusa corruzione, l’Ucraina, grazie anche alla coraggiosa resistenza di esercito e civili, si è trasformata nell’avamposto della battaglia per la libertà e la democrazia.

Anche i piani militari dell’invasione sono stati basati su ipotesi erronee. I generali sul campo si attendevano una marcia veloce, un esercito ucraino allo sbando e pronto ad arrendersi, un sostanziale appoggio da parte della popolazione e la veloce sostituzione della classe dirigente con elementi filorussi. Nulla di tutto questo è avvenuto. Gli Stati Uniti e molti Paesi della NATO hanno fornito armi anti-carro e anti-aereo che sono state utilizzate con molta perizia in attacchi veloci verso i convogli e gli elicotteri, seguiti da rapide ritirate. Il terreno fangoso ha inoltre costretto i pesanti carri armati russi a utilizzare le strette vie asfaltate, divenendo così un facile bersaglio. Lo stesso personale militare russo non era stato formato adeguatamente, vista la presenza di molti soldati di leva che non erano neppure stati informati di essere partiti per l’invasione di un Paese confinante, ma erano convinti di partecipare a un addestramento.

Poiché il piano prevedeva una guerra lampo, sia le munizioni che le razioni alimentari e i

Un veicolo della fanteria dei paracadutisti sovietici nelle strade di Kabul, durante l’invasione dell’Afghanistan. In dieci anni i sovietici persero 15.000 soldati e un generale.

rifornimenti di combustibile si sono dimostrati insufficienti, una volta che l’avanzata è stata bloccata da una resistenza non prevista. Oltre alle armi, l’intelligence statunitense ha anche fornito tutte le informazioni satellitari sugli spostamenti delle truppe russe, dando indicazioni preziose ai militari ucraini sul campo che sono riusciti a infliggere perdite durissime agli invasori. Al momento di scrivere, si valuta che, in quattro settimane, i morti russi vadano dai 7mila ai 15mila, a cui si devono aggiungere ben 7 generali e un numero considerevole di alti ufficiali, morti in combattimento ma anche eliminati da cecchini abilissimi e determinati. Per comprendere quanto gravi siano le perdite, dobbiamo ricordare che in dieci anni di guerra in Afghanistan le truppe sovietiche ebbero 15mila caduti. Gli ucraini sono anche riusciti a interferire pesantemente col sistema delle comunicazioni militari russe, creando scompiglio e lasciando molte unità senza indicazioni operative, il che ha permesso ancora una volta gli attacchi a sorpresa. Lo scorso anno l’esercito russo aveva messo a punto il sistema telefonico criptato Era, che avrebbe dovuto consentire comunicazioni sicure tra i vari reparti. Ma alla prova dei fatti, Era non ha funzionato, costringendo molti comandanti a servirsi di mezzi non sicuri come telefonini e walkie-talkie che sono stati intercettati dagli ucraini che hanno usato le informazioni raccolte contro i russi.

L’Ucraina è riuscita e tenere testa alle truppe russe perché il sistema ferroviario non solo ha retto ma si è anzi rivelato uno strumento fondamentale per consentire ai 10 milioni di profughi di spostarsi in località più sicure o di fuggire verso i Paesi confinanti (l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati valuta in 3,6 milioni gli ucraini che sono finora riusciti a riparare all’estero). Viaggiando di notte e a luci spente, i treni hanno anche fatto arrivare tonnellate di aiuti alle zone assediate e le armi necessarie alla resistenza. Il merito di questo strabiliante successo è di Oleksandr Kamyshin, il capo delle ferrovie ucraine che, con il suo codino e la testa rasata, sembra più una rockstar o un calciatore che un abile funzionario. Per non essere individuato (un commando della Wagner gli sta dando la caccia) si muove costantemente con un gruppo di cinque ingegneri e fa soste di pochi minuti per poi ripartire nuovamente. Riesce a rimanere in contatto con tutte le 1.450 stazioni della rete grazie a un vecchio sistema a circuito chiuso di epoca sovietica (ironie della storia), mentre per i contatti con la popolazione via social usa, sempre per pochi secondi, lo Starlink, il sistema satellitare di Elon Musk.

Un uomo solo al comando

Putin ha sempre cercato di presentarsi come il punto di riferimento dei conservatori mondiali, in opposizione ai decadenti sistemi liberal-democratici dell’Occidente, che naufragano all’interno di un sistema che privilegia la vuota discussione all’azione. Nelle situazioni di emergenza può essere fondamentale che le decisioni vengano prese in modo tempestivo e con una catena di comando molto breve. Purché le decisioni e le valutazioni strategiche siano corrette. Dopo la sua svolta autoritaria del 2007, il nuovo zar ha condotto operazioni politico-militari coronate da successo e che non hanno incontrato una dura opposizione da parte di Stati Uniti ed Europa. Nel 2008 c’è stato l’intervento militare in Georgia, nel 2014 l’invasione con militari senza mostrine della Crimea, che è poi stata annessa alla Russia, nel 2015 il sostegno al dittatore Assad in Siria e, successivamente, l’intervento in Libia a sostegno del generale Haftar. Tutte queste operazioni, portate a termine usando principalmente consiglieri militari e i mercenari della Wagner, hanno raggiunto gli obiettivi prefissati, senza comportare troppi costi politici o economici. Invadendo l’Ucraina con un folgorante blitzkrieg, Putin sperava di mettere il mondo di fronte al fatto compiuto e di dividere gli Stati Uniti dall’Europa e aumentare ulteriormente le spaccature interne alla UE. Non è andata così. Il padrone del Cremlino ha fatto male i conti.

Ritratto di Alessandro III (1845-1894), lo zar preferito di Putin. Senza consiglieri fidati, c’è il rischio che il monarca assoluto prenda decisioni sbagliate che non tengono conto della situazione reale.

Mentre durante il periodo sovietico il potere veniva esercitato dal segretario generale del Partito Comunista, affiancato da un politburo e da un comitato centrale, Putin ha un dominio assoluto, simile a quello dello zar, che poteva eliminare o spedire in Siberia chiunque intralciasse i suoi piani e si circondava di una piccola corte che non rendeva conto a nessuno. In un mondo complesso come il nostro è fondamentale che ci siano collaboratori competenti in grado di dare i suggerimenti giusti a chi detiene il potere. Gli evidenti fallimenti dell’invasione dell’Ucraina mostrano chiaramente che i servizi segreti, in grado di compiere brillanti operazioni nella guerra cibernetica e nella disinformazione globale, hanno sbagliato le loro valutazioni o hanno assecondato i desideri del nuovo zar, non osando contraddire una figura che si sente investita dalla missione divina di riportare la Santa Madre Russia agli antichi splendori. Il delirio di onnipotenza del Cremlino ha ricevuto un colpo durissimo dagli eventi sul campo e il comando militare è stato costretto a dichiarare terminata la “fase uno” e aprire un secondo scenario che ha come finalità quella di “liberare il Donbass” e consolidare le posizioni nell’Est del Paese e lungo le coste meridionali del Mar Nero. Nel frattempo, è stata annunciata la ripresa dei colloqui diplomatici che avranno luogo a Istanbul il 29 e il 30 marzo 2022, dopo che il presidente Zelensky ha reso nota la disponibilità dell’Ucraina a non aderire alla NATO e ad assumere una posizione neutrale.

L’andamento della guerra non è attualmente prevedibile, Kyiv (in ucraino si scrive così) rimane ancora parzialmente circondata ma molto difficilmente potrà essere sopraffatta, non per scelte politiche ma semplicemente perché l’esercito russo non ha abbastanza soldati e mezzi per occupare e controllare un’area che, con i sobborghi, è più vasta di New York. Di fronte a questo stallo, si cominciano già a sentire urla di giubilo ed è partita una campagna per arrivare a una “vittoria militare” contro l’orso invasore. A questo proposito ricordiamo che Putin ha già ventilato la possibilità dell’uso di armi nucleari tattiche e il concetto è stato ribadito il 22 marzo dal portavoce presidenziale Dmitry Peskov che ha dichiarato possibile l’uso di ordigni nucleari se la sicurezza della Federazione fosse “sotto minaccia”. La NATO è stata certamente rivitalizzata dall’aggressione all’Ucraina, è iniziato il processo per la creazione di un sistema comune di difesa in Europa, diversi Paesi, Germania in testa, hanno dichiarato di voler portare subito le spese militari al 2% del Pil, come era già stato deciso nel 2014. Ma oltre a questo, i conservatori americani e stati UE come la Lituania e, soprattutto, la Polonia spingono per un riarmo a oltranza, in modo da fronteggiare militarmente Mosca. Ogni cacciatore sa benissimo quanto può essere pericoloso un cinghiale ferito, ma un cinghiale ferito dotato di armi nucleari potrebbe spalancare le porte di Armageddon.

L’inizio della fine per Putin

I sostenitori di una campagna di riarmo massiccia per contenere l’espansionismo di Mosca sono gli stessi personaggi che, trent’anni fa, teorizzavano l’esportazione della democrazia e l’affermazione globale e automatica del modello di democrazia occidentale. La storia si è purtroppo incaricata di rivelare quanto fallace e velleitaria fosse quella prospettiva. Il problema va affrontato non con una guerra senza quartiere contro la Russia, ma con una strategia a lungo termine che consenta la crescita e lo sviluppo della società civile russa che, anche se molto limitatamente, ha palesato una qualche forma di opposizione alla guerra e alla dittatura. L’invasione dell’Ucraina dimostra che Putin non è affatto quel freddo e razionale giocatore di scacchi che qualcuno aveva immaginato. La sua mossa ha prodotto sanzioni che stanno colpendo duramente l’economia, ha isolato Mosca a livello internazionale, ha innescato una dinamica dei prezzi petroliferi che, a lungo andare, si ritorcerà contro la Russia. L’Europa, uno dei principali sbocchi per il gas russo, ha intrapreso la via dell’indipendenza energetica da Mosca e questo comporterà, sul medio-lungo termine, una drammatica diminuzione delle entrate per il Cremlino. Lo stallo militare ha inoltre indebolito la posizione di Mosca verso Pechino costringendo il presidente russo, obtorto collo, a dover giocare lo scomodo ruolo di socio di minoranza nelle relazioni con la Cina. La guerra ha anche comportato il blocco delle esportazioni di grano ucraine che passavano tutte dal Mar Nero e un aumento esponenziale dei prezzi sui mercati internazionali. Questo ha già avuto serie ripercussioni in Medio Oriente e nei Paesi del Nord Africa, dove il pane e i farinacei costituiscono la base dell’alimentazione di larghe fasce della popolazione.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha deciso di ridurre drasticamente la sua dipendenza energetica dalla Russia, un duro colpo alle entrate di Mosca. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in una foto European Union 2019.

Mentre gli oligarchi non possono prendere le distanze da chi ha concesso loro di arrivare dove sono adesso, decine di migliaia di professionisti, artisti, medici, intellettuali e appartenenti alla classe media hanno fatto le valigie e si sono rifugiati in Finlandia, Lituania, Turchia, monarchie del Golfo, dando uno schiaffo all’orgoglio nazionalistico del nuovo zar. Non ci sono però dimostrazioni di massa contro la guerra e, dato il controllo ferreo esercitato dal Cremlino sull’informazione, la base di potere del governo rimane ancora salda. Ma cosa succederà quando il prezzo del gas e del petrolio scenderà, per una nuova recessione, una pandemia o la paura dell’instabilità scatenata proprio da Putin? Nessuna persona sana di mente può augurarsi che la dittatura putiniana vada velocemente e fragorosamente in pezzi perché il caos e l’anarchia in un Paese che possiede il più grande arsenale nucleare del mondo possono aprire scenari terribili. Non aiuta molto anche la definizione di “macellaio” usata del presidente Biden durante un discorso al castello di Varsavia il 26 marzo scorso. Putin ha imboccato il viale del tramonto ma, per ora, non sembra realistico ipotizzare l’arrivo di fantomatiche forze emergenti e, probabilmente, ancora per diverso tempo sarà lui l’interlocutore che USA ed Europa si troveranno di fronte.

Che fare?

In questo contesto, con il rombo della guerra che risuona cupo in Europa, è necessario cambiare totalmente paradigma e osare l’inconcepibile, aprire nuovi percorsi, sviluppare idee nuove e impensabili. Una delle immagini che mi ha più colpito, tra le centinaia apparse su stampa e televisioni, è quella di una donna ucraina con un berretto rosso, inginocchiata in strada, di fronte a un telo insanguinato che copre malamente il corpo di una vittima. Piange silenziosamente, scossa dal proprio dolore, una disperazione composta e potente che rappresenta un atto di accusa, non solo verso la ferocia dell’invasore, ma anche verso un’Europa che aveva giurato di porre fine per sempre alla crudeltà della guerra ma non ha mantenuto la promessa. La filosofa Roberta De Monticelli, riprendendo una intuizione del politologo Gianfranco Pasquino, ha immaginato che tre donne, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola e l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel vadano a negoziare la pace con Putin. Certo, l’ipotesi appare molto fantasiosa ma cosa accadrebbe se arrivassero veramente sulla Piazza rossa e chiedessero di essere ricevute da Putin? D’altronde, dopo due guerre mondiali che li hanno visto scannarsi senza pietà chi avrebbe mai immaginato il presidente francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmut Kohl, mano nella mano, di fronte al monumento ai caduti a Verdun nel 1987?

Un fondo per lo sviluppo dell’Ucraina, aperto anche alla Russia, sarebbe un investimento strategico molto meno dispendioso di una inutile corsa agli armamenti.

In un mio articolo del 7 marzo 2022 (scusate l’autocitazione), poi ripreso dalla filosofa Francesca Rigotti sul Corriere del Ticino del 17 marzo, proponevo la creazione di un fondo europeo, simile al Next Generation EU, per finanziare la ricostruzione e lo sviluppo dell’Ucraina ma aperto anche alla Russia. In questa prospettiva, Kyiv dovrebbe diventare un ponte di esportazione tecnologica in grado di innescare una crescita economica per tutta l’Europa orientale e creerebbe così le condizioni per la stabilizzazione dell’area. Fantapolitica? E se i 100 miliardi di euro di nuovi investimenti militari appena annunciati dalla Germania (a cui vanno aggiunti quelli che verranno stanziati dalla Francia, dall’Italia e dagli altri Paesi UE) andassero a costituire un ipotetico Fondo per la Ricostruzione e lo Sviluppo dell’Ucraina a cui potrebbe attingere anche la Russia? L’alternativa è quella di una corsa agli armamenti per fronteggiare un espansionismo militare russo che Mosca, con un’economia poco dinamica e relativamente arretrata, non può permettersi. Il comunismo crollò per questa ragione e se il presidente Clinton fosse stato meno distratto dalle stagiste, forse il corso della storia mondiale avrebbe potuto essere diverso.

La vendetta e la ritorsione contro l’odiato nemico, che sono il principio ispiratore dello sciagurato Trattato di Versailles che pose fine alla Prima guerra mondiale, crearono l’humus nel quale germogliò il revanscismo tedesco. Alla fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti non criminalizzarono gli ex nemici sconfitti ed ebbero la saggezza di aiutare Giappone, Germania e Italia a imboccare la via della democrazia e dello sviluppo economico e ritornare con onore e a testa alta nel consesso delle nazioni democratiche. La Russia è il Paese di Puškin, Gogol, Dostoevskij, Čechov, Mussorskij, Kandinskij, Stravinskij, Šostakóvič (la lista è lunghissima), non va identificata solo con Putin. Ancora una volta la grande storia torna a bussare alle porte dell’Europa e vogliamo augurarci che stavolta trovi donne e uomini all’altezza.

Galliano Maria Speri

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