Il civile e democratico Occidente non lo ammetterà mai ma, purtroppo, ci sono crisi, guerre e vittime di sere A e di serie B. Per loro sfortuna, i palestinesi appartengono a questa seconda categoria, non solo per il fatto che Stati Uniti ed Europa li hanno abbandonati al loro destino ma anche perché i “fratelli” arabi li hanno cinicamente pugnalati alla schiena per fare i propri interessi. Un nuovo libro fornisce un contributo interessante per la comprensione di una tragedia che ha profonde radici storiche e politiche.

Il pregio principale del libro di Melania Malomo è quello di riaccendere i riflettori su un tema come quello riguardante la questione palestinese che è uscita da tempo dai radar internazionali, anni prima che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia putiniana monopolizzasse l’attenzione dei governi e della stampa mondiali. L’attuale assetto instabile del Medio Oriente deriva direttamente dalla spartizione coloniale dell’area, ad opera di Gran Bretagna e Francia, seguita alla sconfitta dell’impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. Nacquero in questo modo molti Stati con confini artificiali che non tenevano in nessun conto la composizione etnica, tribale e linguistica delle popolazioni locali. Date le premesse, non desta nessuna meraviglia il fatto che quell’area, ricchissima di petrolio e gas, continui a essere attraversata da guerre e instabilità costanti che riesplodono ciclicamente.

Un “focolare” per gli ebrei

Storicamente, varie tribù arabe hanno convissuto senza troppi problemi con una sparuta minoranza di ebrei rimasti nell’area dopo la diaspora, seguita alla distruzione del tempio di Gerusalemme a opera dell’imperatore romano Tito nel 70 d.C. Il vero problema inizia quando, nella seconda metà del XIX secolo, si diffonde in Europa il sionismo, una dottrina che propugnava il ritorno degli ebrei nella terra dei padri per costruirvi uno Stato indipendente che permettesse loro di sfuggire ai progrom che avevano colpito le minoranze di ebrei in Russia, Polonia e Ucraina. Un contributo al successo del sionismo venne fornito dallo scoppio del caso Dreyfuss in Francia, quando un ufficiale venne falsamente accusato di alto tradimento per il solo fatto di essere ebreo. A quel punto, anche la corrente laica, che predicava l’integrazione degli ebrei all’interno della società, cominciò a valutare l’ipotesi di uno Stato creato e governato dagli ebrei, senza più discriminazioni e persecuzioni.

Oggi può suonare molto bizzarro, ma la prima ipotesi territoriale che venne fatta per questo ipotetico nuovo Stato fu l’Argentina. L’idea di ritornare alla Terra Santa venne avanzata solo a seguito delle pressioni che i primi migranti sionisti dovettero subire quando iniziarono a trasferirsi in massa nel paese latino-americano. A quel punto Theodore Herzl, il padre del sionismo, elaborò un piano alternativo. “Secondo Herzl –scrive Malomo-, dal momento che la Palestina a quell’epoca rivestiva un ruolo di importanza geopolitica cruciale nella strategia di colonizzazione delle potenze europee, i sionisti avrebbero potuto sfruttare queste circostanze per ottenere l’appoggio degli Stati europei”. A loro volta, le potenze imperialiste avrebbero potuto approfittare della posizione ebraica nell’area del Mediterraneo orientale come base strategica per avanzare verso la conquista dell’intero Medio Oriente.

Il 2 novembre del 1917 il ministro degli Esteri britannico, Arthur Balfour, scrisse una lettera

L’originale della lettera in cui Arthur Balfour prometteva a Lord Rothschild un “focolare” per gli ebrei in Palestina.

in cui impegnava il governo a creare un “focolare” per gli ebrei in Palestina. Non certo per umanitarismo verso una minoranza oppressa, ma semplicemente per perseguire gli interessi strategici dell’impero Britannico in quell’area, in vista del collasso dell’impero Ottomano. A loro volta, alle popolazioni arabe fu promessa l’indipendenza e la creazione di Stati autonomi se si fossero ribellate ai turchi. La differenza sostanziale tra il colonialismo europeo e quello di cui si sarebbero serviti i sionisti era che quest’ultimo non nascondeva le proprie mire dietro la foglia di fico dell’esportazione della “civiltà”. “L’occupazione del territorio palestinese da parte dei primi sionisti non mirava a ‘civilizzare’ la popolazione indigena, ma era specificamente progettata col fine di sopraffare la cultura nativa palestinese per sostituirla completamente con quella ebraica”. I termini possono sembrare molto crudi ma si tratta della pura e semplice strategia che viene tuttora perseguita dallo Stato di Israele, con buona pace dei diritti umani e del principio di autodeterminazione dei popoli.

Chi si oppone muore

Durante il mandato britannico sulla Palestina il flusso dell’immigrazione ebraica nell’area veniva limitato dalle autorità, che non erano però riuscite a far fronte a una massiccia immigrazione illegale e alla creazione di numerosi insediamenti che avevano iniziato una strategia aggressiva per prendere il controllo dei villaggi arabi o, in alternativa, costringere i contadini locali a fuggire. La situazione cambiò drasticamente dopo la Seconda guerra mondiale e la tragedia della Shoah. Nel 1947 le truppe britanniche lasciarono la Palestina e la soluzione del problema venne affidata alla neonata ONU. La risoluzione 181 del 29 novembre 1947 diede agli ebrei una base giuridica per la creazione di Israele. Secondo tale risoluzione, il 56% del territorio palestinese doveva essere assegnato agli ebrei (che in quell’anno possedevano soltanto il 5% delle terre palestinesi), mentre il territorio della Striscia di Gaza e la zona occidentale della Giordania sarebbero stati destinati a uno Stato arabo, mentre Gerusalemme sarebbe stata posta sotto il controllo delle Nazioni Unite. Pur costituendo soltanto un terzo della popolazione residente in Palestina, la minoranza ebraica ottenne più della metà del territorio.

Per costringere quanti più arabi a fuggire erano attive organizzazioni paramilitari sioniste come l’Irgun o la Banda Stern che si resero responsabili di vari attentati, sia contro i britannici che contro la locale popolazione araba. Uno degli esempi più noti di violenza fu il massacro di 200 civili arabi nel villaggio di Deir Yasin, nell’aprile del 1948. Negli scontri tra arabi ed ebrei emerse la maggiore preparazione dell’Haganah, la principale organizzazione paramilitare ebraica, successivamente inglobata nell’esercito regolare di Israele. Per cercare di trovare una soluzione, l’Assemblea generale dell’ONU nominò il presidente della Croce Rossa di Svezia, il conte Folke Bernadotte, nuovo mediatore per la Palestina. Bernadotte si recò nell’area e, dopo aver visitato i campi profughi, scrisse un rapporto in cui si diceva molto preoccupato per la situazione dei rifugiati arabi. “Sarebbe un’offesa ai principi della giustizia elementare –scriveva l’inviato- se a queste vittime innocenti del conflitto fosse negato il diritto di tornare nelle loro case, mentre gli immigrati ebrei affluiscono in Palestina con la minaccia di una sostituzione permanente dei rifugiati arabi radicati da secoli in questa terra”. Purtroppo, nel settembre del 1948, il conte Bernadotte veniva assassinato dalla Banda Stern, proprio mentre l’esercito israeliano lanciava una massiccia offensiva contro le forze arabe.

Mentre nel maggio del 1948 nasceva lo Stato di Israele, uno Stato arabo non ha mai visto la luce, i milioni di profughi palestinesi continuano ad abitare nelle baracche dei campi e ormai non si parla più del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Tecnicamente, oggi non sarebbe nemmeno possibile creare uno Stato per i palestinesi perché la Cisgiordania, a essi teoricamente riservata insieme alla Striscia di Gaza, ospita decine di insediamenti israeliani considerati extraterritoriali e protetti da mura altissime e dall’esercito di Israele che impediscono qualunque contiguità territoriale. L’ultimo tentativo di negoziare e discutere la possibilità della nascita di uno Stato anche per gli arabi fu fatto da Ytzhak Rabin, il Primo ministro israeliano che firmò gli accordi di Oslo nel 1993 (a cui la Malomo non crede). Un fanatico israeliano di estrema destra lo assassinò nel novembre del 1995. Da allora non si è più parlato di Stato palestinese, di diritti delle minoranze arabe, di autodeterminazione. La politica di costruzione di nuovi insediamenti ebraici è andata avanti senza soste erodendo, anno dopo anno, zone sempre più ampie di territorio. La “causa palestinese”, linea ufficiale per decenni della Lega Araba, è stata ormai dimenticata. Israele fa accordi commerciali con quasi tutti i Paesi arabi e il capo del Mossad stringe tranquillamente la mano insanguinata del principe Mohammed bin Salman senza nessun problema. Non ci sono molte speranze per i palestinesi. Per un’ipotetica seconda edizione del libro, sarebbe necessario corredarlo di un indice dei nomi (fondamentale in un testo di questo tipo) e correggere la bibliografia perché molti nomi di autori citati nelle note non compaio poi nell’elenco finale dei testi a cui si fa riferimento.

Melania Malomo,
L’eredità del colonialismo nel Medio Oriente
Eiffel edizioni, pp. 287, 18 euro

Galliano Maria Speri

 

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