FRONTIERE

Se l’ideologia gender non esiste, perché difenderla con tanta foga?

Non bisogna farsi trarre in inganno dal titolo del libro perché Laura Schettini, ricercatrice e docente di Storia delle donne e di genere dell’Università di Padova, non solo ritiene che il gender sia un strumento cruciale per esplorare la storia da una nuova angolazione, ma attribuisce a questa teoria la capacità di fungere da grimaldello per sovvertire e distruggere la società patriarcale, secolare strumento di oppressione verso le donne. Si capisce immediatamente che questo è un argomento rovente, che genera da decenni dibattiti furibondi perché va a toccare corde profondissime della società, tanto da potersi inquadrare nel contesto di una vera e propria “guerra culturale” in cui non conta la qualità e la razionalità delle argomentazioni ma la difesa del proprio campo, in uno scontro in cui non si possono fare prigionieri.

Secondo l’autrice esiste un’alleanza tra la destra populista e il cattolicesimo tradizionale per contrastare la minaccia rappresentata da una fantomatica “teoria del gender” che rischia di minare alla base la società tradizionale, nel segno della nostalgia per un presunto passato di ordine e stabilità. La sua argomentazione è che, a differenza di quanto vanno sostenendo gli antigender, la sfida su questo argomento non è una questione recente ma ha le sue radici nella storia ed è la riproposizione dello scontro tra i sostenitori del cambiamento e le forze della conservazione che hanno da sempre usato le strutture della società patriarcale per imporre il proprio dominio brutale sulle donne. Contro il progetto del nazional-familismo, proprio delle destre e del cattolicesimo conservatore, che puntano a costruire una nazione pensata come comunità etnica, «c’è l’agire e la presenza, ormai da diverse generazioni, di esperienze e culture politiche (anche differenti e talvolta conflittuali tra loro), costumi e stili di vita che hanno mosso e muovono una critica radicale a questo progetto, che lo disattendono più o meno consapevolmente, che hanno trovato nella violazione – estetica e politica – dei confini tra i generi un gesto di rivolta».

Donne e storia

Essendo una storica e una femminista militante, Laura Schettini colloca giustamente la battaglia per l’emancipazione femminile in un contesto più vasto e ricorda come il Settecento diventi uno snodo fondamentale in cui «gli esseri umani si dividono in due sessi opposti e complementari, separati da una differenza biologica, sostanziale; si affermerebbe, in sostanza, il modello del binarismo sessuale. In secondo luogo, da questa differenza si fanno discendere il diverso posto occupato da uomini e donne nella società, le differenti inclinazioni e capacità degli uni e delle altre. In terzo luogo, ed è forse per noi l’elemento più significativo, sessualità, ruoli di uomini e donne, confini tra maschile e femminile vengono percepiti come fattori primari attraverso cui costruire e garantire l’ordine e la stabilità sociale».

La ricerca storica ha ricostruito come a prevalere fino al XVIII secolo sia stata una concezione che si potrebbe definire “monosessuale” della sessualità umana. Secondo questo modello, che ha dominato per secoli dall’antichità a buona parte dell’età moderna, il sesso maschile e quello femminile erano differenziati non nella sostanza ma solo per il grado di perfettibilità, dove ovviamente il sesso maschile occupava il grado più alto della scala. «I corpi delle donne –scrive Schettini-, poco e niente studiati dalla medicina, erano considerati sostanzialmente una brutta copia di quelli maschili, e così il loro apparato sessuale. Gli organi della riproduzione e i genitali femminili erano pensati quindi identici a quelli maschili solo che introflessi: celebri, in questo senso, le tavole anatomiche di Andrea Vesalio che rappresentano la vagina esattamente come lo spazio vuoto lasciato da un pene mancante rivolto all’interno del corpo femminile».

Uno dei risultati delle lotte per l’emancipazione degli anni Settanta del secolo scorso fu quello di sviluppare un nuovo modo di analizzare i fatti storici, in cui si cercava di riscoprire quale fosse stato il ruolo femminile nella storia. Il risultato di questo approccio fu quello di rompere «il carattere unitario e progressivo della narrazione storica, includendo in sostanza la lente della complessità e della differenza tra gli strumenti indispensabili della ricerca». Si scopre così che, visti dalla parte delle donne, eventi che sono considerati pietre miliari nel progresso dell’umanità appaiono in una luce completamente diversa. L’autrice ci ricorda che «salutata come l’avvio dell’età dei diritti, madre della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, la Rivoluzione francese si è tradotta per le donne in una radicale limitazione dei diritti, nella sfera pubblica e nella sfera privata». Il Codice napoleonico del 1804, che aveva il compito di tradurre in pratica i princìpi della rivoluzione, elaborò una serie di istituti giuridici che resero possibile «il progetto politico che pone a fondamento dell’ordine sociale e nazionale la famiglia, gerarchicamente organizzata lungo la linea del genere e delle generazioni».

Anna Maria Mozzoni (1837-1920) è stata una delle principali attiviste femministe nel neonato Regno d’Italia.

Un fenomeno analogo avvenne per il Risorgimento, quando il nuovo stato nazionale italiano fu creato a immagine e somiglianza degli uomini. L’Italia nasceva assumendo a principio una rigida divisione tra sfera maschile, quella della cittadinanza e della politica, e sfera femminile, insediata nella domesticità, a cui era attribuito il compito di garantire la riproduzione della nazione. Le donne, infatti, erano escluse, oltre che dal voto, da professioni, impieghi, incarichi e altre funzioni a carattere pubblico. Il primo codice civile italiano, promulgato nel 1865, consacrava la figura del marito-capofamiglia, a cui solo era riconosciuta la potestà sui figli; la moglie aveva l’obbligo di seguirne la residenza ovunque lui decidesse di fissarla, assumeva la nazionalità del marito, era obbligata a ricevere la sua autorizzazione mediante atto pubblico, che lui poteva revocare a piacimento.

La donna veniva considerata un essere socialmente inferiore, relegata nel solo privato con l’esclusiva funzione di moglie e madre, in un ruolo che non poteva essere messo in discussione. Il codice penale del 1889, che nei fatti comportava un doppio standard per maschi e femmine, prevedeva anche che l’omicidio della moglie, figlia o sorella che si fosse resa colpevole di “illegittima relazione carnale”, compiuto da un uomo “nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia”, fosse un atto che meritava comprensione. A questo corrispondeva anche un diverso trattamento economico riservato alle donne per cui Schettini osserva che «densi di implicazioni anche sul piano simbolico, rimandando alla questione del riconoscimento sociale e culturale del lavoro femminile, i salari decurtati corrisposti alle donne hanno rappresentato storicamente una forma di sfruttamento economico su base di genere, ma anche uno strumento molto efficace per mantenere le donne in uno stato di dipendenza familiare».

Il divide et impera funziona

Nel saggio ci sono molti altri esempi che dimostrano come, nel contesto dello sfruttamento delle classi inferiori, le donne siano state ulteriormente discriminate proprio in quanto donne. Ritengo che su questo punto, anche tra gli storici di sesso maschile non ci siano più obiezioni perché i dati sono inconfutabili. L’Italia di oggi ha un serio problemi di bassi salari (e le donne sono pagate ancora meno) e un’economia che arranca da decenni perché, per complesse motivazioni socio-politiche, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è tra le più basse in Europa. Se sull’analisi si riesce a trovare una qualche forma di consenso, è la strategia per superare il problema che crea all’interno del femminismo divisioni spesso insormontabili, in modo simile alle spaccature che lacerarono la sinistra all’inizio del XX secolo. L’autrice ritiene che “l’ideologia gender” non esista e sia usata come uno spauracchio dalle forze più reazionarie della società per perpetuare la struttura patriarcale della società. Schettini ricorda però correttamente che, anche all’interno del movimento femminista, siano state fatte critiche al movimento che si richiama al gender.

«Al richiamo della sirena antigender –spiega l’autrice-, nel segno della difesa della differenza e del valore del corpo come qualcosa che va oltre il dato biologico, hanno risposto in questi anni anche gli ambienti del femminismo della differenza, raccolti intorno alla libreria delle donne di Milano. Anche per loro le teorie del gender non solo esisterebbero ma proporrebbero – attraverso progetti educativi infiltrati nelle scuole e, massimamente, con la corsa alla gestazione per altri e la neolingua che vorrebbe imporre perfino l’estinzione della parola «donna» a favore di quella «persona con utero» – la fine della differenza sessuale e la negazione del valore del corpo. Soprattutto la teoria/ideologia del gender sarebbe un modo particolarmente ingegnoso attraverso cui il dominio maschile, quello che storicamente si è nascosto fingendosi neutro, rientrerebbe dalla finestra attaccando frontalmente l’identità femminile, il potere che si annida in un corpo che è il solo potenzialmente capace di mettere al mondo. Per le femministe della differenza, dunque, le fan del genere sarebbero più o meno consapevoli strumenti di un’operazione di trionfo del dominio maschile travestito da teoria del gender, da gender fluid, da fine dei generi».

Secondo l’autrice anche la sfida radicale ai ruoli sessuali tradizionali all’interno della società ha un’importante valenza politica: «Negli anni Ottanta, la lesbica virile, la

La filosofa Judith Butler ha avuto un ruolo centrale nella diffusione della critica queer. (Foto CC-BY-2.5; Released under the GNU Free Documentation License).

femminista mascolinizzata, l’omosessuale effeminato, il travestito, i transessuali e i transgender, nel momento in cui politicizzavano la loro esistenza rivendicavano una diserzione complessiva all’ordine binario. Criticavano la differenza sessuale come fondativa dell’ordine sociale, criticavano la dicotomia tra omosessualità ed eterosessualità come altrettanto rischiosa». Schettini ricorda il ruolo centrale giocato, a partire dal 1990 dagli scritti della filosofa statunitense Judith Butler nella diffusione della critica queer. «Questa formula, che ha avuto un enorme successo nei decenni successivi e sulla quale la studiosa è tornata in diverse opere, sembrò arrivare a dare definitivamente sistemazione teorica alla rivolta contro il binarismo che le teorie queer avevano sferrato soprattutto guardando alla dimensione della sessualità e delle identità costruite sugli orientamenti e i comportamenti sessuali».

Gli effetti nefasti del radicalismo

Purtroppo, affrontando questo argomento non viene sollevato nessun dubbio sui pericoli che l’estremizzazione di queste teorie comporta, anche nei termini di trasformazione del linguaggio secondo un diktat politicamente corretto che obbliga a definire le donne “persone con utero”, introduce la categorie di “donne con il pene” e via dicendo. Qui non si tratta di eliminare termini oggettivamente offensivi come “giudeo”, “negro”, “serva” o “becchino”. È sacrosanto cercare di modificare la lingua per evitare un uso sessista del linguaggio ma ormai siamo alla deriva di quella che rischia di diventare la “neolingua” paventata da George Orwell nel romanzo distopico 1984. In una intervista al Foglio dell’agosto 2023, la filosofa Adriana Cavarero (che non può certo essere sospettata di simpatie patriarcali) suggerisce che la neolingua che vuole sostituire la parola “donna” con “persona con utero” sia il risultato dell’estremizzazione della tesi di Judith Butler secondo la quale il sesso è un costrutto culturale.

L’analisi politica con la quale il corpo sociale viene diviso in reazionari sostenitori di un patriarcato medievale e i nuovi movimenti che usano la sessualità in modo rivoluzionario per cambiare una società ingiusta e repressiva è molto grezza. Non corrisponde a realtà che «da diversi decenni soprattutto segmenti sempre più consistenti delle nuove generazioni, definitivamente a disagio e distanti dall’ordine patriarcale, dal mito della famiglia naturale, dalle gerarchie costruite sulla differenza sessuale, dall’imposizione del modello eterosessuale, hanno trovato nel gioco con le apparenze di genere, nella mescolanza dei codici, nelle posizioni teoriche del queer, della performatività di genere, degli studi trans e nel transfemminismo (gli ultimi arrivati) orizzonti e strumenti privilegiati per costruire e manifestare la propria soggettività, individuale e collettiva». Schettini liquida in modo troppo sbrigativo le critiche di Lucetta Scaraffia secondo la quale le femministe hanno puntato sull’aborto e non alla parità salariale, per esempio, e questo ha comportato che «sia molto difficile per le lavoratrici avere dei figli senza cadere in una spirale di fatica continua».

Le società occidentali (perché è di queste che stiamo parlando, visto che nel resto del mondo, i due terzi dell’umanità, il discorso è totalmente diverso) non sono divise così grossolanamente tra maschilisti reazionari e attivisti transgender che lottano per un futuro più tollerante e inclusivo. Nel mezzo c’è la maggioranza della popolazione che è confusa, combattuta e impaurita dagli estremismi. Ricordo che negli Stati Uniti sono state chiuse scuole intitolate a Abraham Lincoln (per la sua politica verso i nativi americani), in molte università è stata messa sotto attacco la libertà di insegnamento, sono state abbattute statue di personaggi accusati, a torto o a ragione, di varie nefandezze storiche. Il risultato è stata l’elezione di Donald Trump che, secondo gli ultimi sondaggi, rischia di ottenere un secondo mandato. Bel risultato per un maschilista che ha affermato che “le donne vanno prese per la fica” (mi scuso, ma questa è proprio l’espressione usata da Trump, Ndr). Si dovrebbe imparare dagli errori e dagli estremismi americani per rilanciare un’offensiva contro la società patriarcale che veda uniti uomini e donne, come avviene in Iran con il movimento “Donna, vita, libertà”. I maschi italiani hanno molto da imparare dalle parole di Gino Cecchettin (ma anche le femministe radicali dovrebbero riflettere sul discorso che ha pronunciato al funerale della figlia Giulia, vittima di un femminicidio che ha fatto particolarmente scalpore).

Laura Schettini
L’ideologia gender è pericolosa
150 pag. 15 euro
Editori Laterza

 

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