Africa, continente del futuro?

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L’ultimo saggio di Federico Rampini affronta in modo deciso la percezione errata che i Paesi avanzati hanno dell’Africa e di come ci sia una notevole pigrizia nel cogliere i segnali positivi che provengono da quel continente. Al suo interno ci sono enormi differenze, che vanno messe in luce e studiate, rifuggendo dai soliti luoghi comuni sul fantomatico pericolo di un’invasione inarrestabile. Questo strabismo analitico è pesantemente influenzato dalla visione ideologica e manichea del politicamente corretto che, sotto sotto, nasconde però una concezione paternalistica e sottilmente razzista verso gli africani.

Il sottotitolo del libro è: La terra del futuro. Concupita, incompresa, sorprendente e tutti e tre gli aggettivi descrivono perfettamente la situazione. Visto che geograficamente quel continente delimita la sponda sud del Mediterraneo l’Europa e, soprattutto l’Italia, dovrebbero impegnarsi a superare una volta per tutte gli stereotipi verso l’Africa e rifiutare letture superficiali che tirano in ballo il colonialismo come responsabile di tutti i mali, mescolando in un calderone ribollente questioni che non hanno nessun legame tra di loro. Due autori americani hanno creato il termine Afro-calypse, l’apocalisse africana, a cui ha dato manforte il settimanale The Economist con una sua copertina dedicata allo Hopless Continent, il continente senza speranza. Se si vuole guardare all’Africa come a una successione ininterrotta di fame, disastri ambientali, guerre civili, massacri, mutilazioni genitali femminili, sottosviluppo allora è necessario cancellare tutte le notizie positive e le svolte interessanti. Ed è esattamente quello che succede. Il guaio è che le cose non stanno proprio così.

Le buone notizie

Molte persone potrebbero essere sorprese dall’apprendere che nel continente nero non solo esistono economie con una buona crescita ma che anche a livello culturale ci sono segnali di grande effervescenza. Dopo Hollywood e Bollywood, la terza cinematografia mondiale è quella nigeriana, ormai denominata Nollywood, con film che hanno enorme successo nel Grande Sud Globale. I registi nigeriani non fanno però incetta di premi a Cannes, Venezia, Berlino o Hollywood perché non si concentrano soltanto su sofferenze, campi profughi, abusi contro i diritti umani, minoranze etniche o sessuali perseguitate. Raccontano invece storie del ceto medio urbano, commedie sentimentali, satire di costume o, addirittura, storie comiche. La cinematografia nigeriana si guarda bene dal rappresentare gli stereotipi che gli occidentali vogliono imporre agli africani e ci presenta un’umanità molto più “normale” di quella che immaginiamo noi.

In campo musicale il genere afrobeat sta riscuotendo un successo mondiale. Nato originariamente in Ghana e Nigeria, è ormai di casa a Londra e New York e ha fuso le tradizioni locali con influenze dell’afropop e afroswing. Inoltre, sono originari dell’Africa grandi scrittori come il somalo Nuruddin Farah, i due premi Nobel Wole Soyinka e Nadine Gordimer, il nigeriano Ben Okri, o il keniano Binyavang Wainaina. Quest’ultimo ha pubblicato un pamphlet satirico intitolato How to Write about Africa (Come scrivere dell’Africa) dove ironizza sugli stereotipi dei bianchi affermando: «Sulla copertina del vostro libro non mettete mai un africano contento. Usate immagini di kalashnikov, individui con le costole sporgenti per la denutrizione, seni nudi. Soggetti tabù, da evitare: la vita domestica normale, l’amore tra africani (a meno che finisca con una morte tragica)».

Nel commentare i successi letterari di rampanti autori trentenni, Rampini scrive che alcuni di loro «sono abili a sfruttare i nostri complessi di colpa. Vivono di rendita sul rimorso occidentale. Fanno incetta di premi letterari a New York, Londra e Parigi, ma non si stancano di denunciare il razzismo… degli ambienti letterari che li premiano. Hanno capito le regole del nostro gioco “sadomaso” preferito, l’autoflagellazione». Un altro aspetto di cui non vogliamo prendere atto è l’affermazione della diaspora africana negli USA dove raggiunge livelli di apprendimento e successo accademico tra i più elevati, diventando uno dei gruppi etnici economicamente più produttivi all’interno dei nuovi flussi migratori. Questa dimostrazione dell’America come “terra delle opportunità” è però invisa ai sostenitori del politicamente corretto poiché contraddice l’idea di un’America in cui regna il “razzismo sistemico” e dove tutti i neri sono penalizzati.

Gli stereotipi

Da anni ormai stampa e TV ci terrorizzano con immagini apocalittiche di flussi inarrestabili che si riverseranno nei ricchi Paesi del nord, travolgendoli con le loro grandi masse. È sicuramente vero che l’Africa è il continente a più rapido aumento demografico e che quindi ha la popolazione più giovane del globo. Quello che non ci viene raccontato è che quei dati allarmanti si sono rivelati imprecisi. Questo viene provato dal fatto che le proiezioni più autorevoli sulla natalità, quelle presentate dall’ONU, vengono corrette continuamente e, fortunatamente, vengono corrette al ribasso. Ci sono inoltre una serie di fattori legati allo sviluppo economico che producono una riduzione della natalità. «Prendo l’esempio della Nigeria –scrive Rampini-, il più popoloso di tutti gli Stati africani con 213 milioni di abitanti nel 2023. Da un decennio all’altro, l’Onu ha rivisto le sue proiezioni sull’aumento degli abitanti e ha “tagliato” ben 100 milioni dalla popolazione della Nigeria quale era stata prevista per il 2060. Sempre l’Onu ha ridotto addirittura di 350 milioni gli abitanti che attribuisce alla Nigeria alla fine del secolo».

Uno dei fattori che sta contribuendo alla riduzione della natalità è la progressiva scolarizzazione delle ragazze, insieme al mastodontico processo di urbanizzazione. Decine di milioni di africani si spostano dai loro villaggi rurali, ma non si riversano sulle nostre spiagge. Raggiungono invece i principali centri urbani del continente, dove è più facile trovare lavoro e sperare in una vita migliore. E una volta arrivati lì fanno meno figli perché il costo di crescerli in un ambiente urbano è molto maggiore. Chi tenta di emigrare non sono i sottoproletari, ma i figli delle classi medie, le uniche che hanno la possibilità di raccogliere i soldi necessari al lungo viaggio. Un positivo aspetto collaterale della bassissima età media del continente è che la temuta ecatombe causata dal Covid non si è verificata. Non grazie ai milioni di vaccini generosamente donati dal ricco nord ma semplicemente perché l’epidemia ha colpito soprattutto le persone anziane e in Africa ce ne sono poche.

Un altro tabù che il saggio intende sfatare è l’analisi che attribuisce ogni male africano agli aspetti deleteri del colonialismo e alla politica schiavista

Il mercato degli schiavi (1866), dipinto di Jean-Léon Gérôme (Sterling and Francine Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts). Il ruolo cruciale dei mercanti di schiavi arabi è volutamente taciuto da tutti coloro che accusano sempre e solo l’Occidente, bianco e colonialista.

dei bianchi che hanno saccheggiato l’intero continente per procurarsi la forza lavoro da destinare alle loro piantagioni, prima nell’America del Sud e poi in quella del Nord. Ma lo schiavismo non lo hanno inventato i bianchi era anzi una pratica antichissima, con radici profonde nella cultura locale. Rampini cita The Fortunes of Africa dello storico Martin Meredith secondo il quale lo schiavismo era un tratto distintivo di molte società africane da quando ne esistono tracce. E in questo l’Africa non era diversa dal resto del mondo, visto che lo schiavismo era praticato ovunque: in Persia, ad Atene e a Roma, in Cina, nelle civiltà precolombiane dell’America Latina. La “globalizzazione” del traffico di schiavi dal continente nero si verifica durante il IX secolo: nel mezzo del nostro Medioevo, un millennio prima della colonizzazione europea dell’Africa, gli schiavisti locali si trasformano in esportatori di carne umana verso terre lontane. Secondo Meredith il grosso del commercio terrestre di schiavi da vendere all’estero veniva gestito da mercanti africani e signori della guerra che accumularono così enormi ricchezze.

Gli arabi si erano inseriti a loro volta in tale tradizione, diventando intermediari nella tratta degli schiavi in un continente nero dove la loro influenza era poderosa. Gli arabi controllavano soprattutto la parte marittima del trasporto e del commercio. Bisogna aspettare settecento anni, e arrivare al XVII secolo, perché si affaccino gli europei ad aprire una nuova rotta, quella atlantica, onde popolare di schiavi neri le colonie del Nuovo Mondo. Rampini spiega che «gli europei – e poi i loro discendenti americani – continueranno comunque a controllare solo una parte del business schiavista, insieme con gli arabi: l’acquisto, il trasporto e la consegna con vendita ai proprietari finali. La cattura iniziale degli schiavi continuerà a essere gestita perlopiù dagli africani stessi, signori della guerra, capi tribù, trafficanti locali, gli eredi di una tradizione di schiavismo millenaria». Non risulta che i militanti woke statunitensi, sempre pronti a stracciarsi le vesti nel condannare i terribili crimini del colonialismo bianco, abbiano mai osato dire qualcosa contro il ruolo dei potentati arabi nel traffico degli schiavi.

Tutta colpa del colonialismo?

Rampini non intende negare le terribili responsabilità storiche dello sfruttamento coloniale in Africa ma afferma che spesso l’accusa al colonialismo serve a coprire le colpe della classe dirigente locale. Il libro ci fornisce un esempio illuminante ricordando che nel 1968 una delegazione da Singapore, che oggi è considerata la Svizzera d’Oriente, si recò in visita in Kenya per imparare come svilupparsi economicamente. Allora Singapore era una immensa baraccopoli, afflitta da malaria e denutrizione ma, in pochi decenni, riuscì a raggiungere un benessere invidiabile. Secondo la spiegazione standard il sottosviluppo africano è colpa dell’Occidente. «Se l’Africa non ce l’ha fatta –scrive Rampini-, in questa versione molto diffusa, deve essere naturalmente colpa nostra. Il colonialismo, seguito da forme di sfruttamento postcoloniali, è invocato come la causa di tutto: “noi” abbiamo reso impossibile un miracolo africano paragonabile a quello singaporiano. La spiegazione non regge per la semplice ragione che anche Singapore è stata una colonia dell’Occidente (della Gran Bretagna, come il Kenya). In effetti ha ottenuto la sua indipendenza solo nel 1965, cioè un anno dopo lo Zambia».

Con il senno di poi, per razionalizzare il miracolo, cioè trovargli una spiegazione logica, si può forse immaginare che Singapore abbia goduto di condizioni molto più favorevoli in termini di pace, stabilità e sicurezza? Non è vero nemmeno questo. La nascita di Singapore come città-Stato indipendente avvenne in modo conflittuale con una secessione dalla Malesia, tensioni con l’Indonesia e conflitti interni di tipo etnico, razziale, religioso. Né l’oppressione coloniale, né le circostanze della decolonizzazione sono spiegazioni adeguate per lo scarto enorme tra l’Africa e l’Asia nel 2023. Un altro caso è rappresentato dal Vietnam che, come è ben noto, fu colpito da una guerra spaventosa. Ancora all’inizio degli anni Novanta il Vietnam sembrava un caso disperato, per gli immani danni economici e umani di tutte quelle guerre contro nemici stranieri e interni. Oggi il Paese ha raggiunto gli altri dragoni orientali e la sua economia supera quella cinese per velocità di sviluppo e capacità di attrazione di investimenti esteri.

Visto che l’Asia ha sollevato dalla miseria più di un miliardo di persone in una sola generazione (includendo l’India, altra ex colonia britannica che sta diventando un colosso mondiale), non dobbiamo sorprenderci dell’interesse africano verso la Cina che, a prescindere dal modello politico, rappresenta un esempio interessante da seguire. Secondo l’autore, le «ricette vincenti vanno cercate sul terreno dell’economia e dell’organizzazione sociale, non necessariamente su quello dell’ideologia politica o dei diritti umani. Sta di fatto che un numero crescente di africani oggi guarda al modello asiatico, per quanto generico sia questo concetto. È innegabile il rispetto che incute la Cina: la più gigantesca delle nazioni povere ancora fino al dopo-Mao negli anni Settanta e Ottanta, è la più grande tra quelle che a oggi ce l’hanno fatta».

Dambisa Moyo, economista e scrittrice zambiana naturalizzata americana, ha denunciato l’uso strumentale che le élite occidentali hanno fatto del tema degli aiuti all’Africa (http://www.dambisamoyo.com/images/dambisamoyo.jpg)

Il saggio riporta le posizioni, molto forti e controverse, di Dambisa Moyo, una economista originaria dello Zambia con un master ad Harvard e un dottorato a Oxford. Rampini riferisce che il suo libro, Dead Aid (Aiuto morto) «è ormai un classico: il più efficace pamphlet di denuncia della élite bianca che si è appropriata del tema degli aiuti allo sviluppo. Spesso con le migliori intenzioni, progressiste e umanitarie. Ma con esiti disastrosi. Perciò la Moyo arriva a considerare benefico lo sbarco in Africa di altre potenze dalle mire dominatrici, come la Cina. Non perché siano meno avide ed egoiste degli europei e degli americani. Il beneficio per l’Africa nasce dal fatto che finalmente esiste una vera concorrenza tra gli investitori stranieri». Se teniamo a mente che gli aiuti all’Africa hanno superato di venti volte quello che il Piano Marshall investì in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, forse possiamo arrivare a concordare con la Moyo.

 Le prospettive

Rampini identifica una complessa molteplicità di ragioni che spiegano quello che potremmo chiamare il non decollo. Le linee etniche in cui sono suddivise le società africane, il fallimento della prima ondata di sviluppo successiva all’indipendenza a cui è però seguito l’accesso al potere di cleptocrazie locali, la dipendenza dall’estero per la finanza e gli investimenti, la diffusissima corruzione che corrode tutti i Paesi ma, soprattutto, il fatto che, pur avendo agganciato la modernità come consumatore di nuove tecnologie, l’Africa ha un ruolo marginale nella loro produzione. «Il dibattito sul modello asiatico – e sugli eventuali benefici dell’espansione cinese – è legato a questa consapevolezza: non si passa dall’agricoltura di sussistenza allo sviluppo basato su servizi e tecnologie senza una tappa intermedia fatta di fabbriche. È una delle lezioni del decollo cinese, e potrebbe essere il capitalismo di quel paese a esportarla anche in Africa».

Il continente ha bisogno di manifatture e, di conseguenza, dell’energia per farle funzionare. Tutto il dibattito sul cambiamento climatico che satura le discussioni politiche in Occidente viene visto con altri occhi dall’Africa, che subisce tutti i disastri causati dall’aumento delle temperature medie senza averne ottenuto alcun vantaggio. Rampini spiega correttamente che «l’Africa ci chiede un ambientalismo rispettoso dei paesi poveri, delle loro necessità urgenti, non concentrato sulle utopie adolescenziali dei giovani ricchi. Gli africani vivono sulla loro pelle questa verità: non avere elettricità oggi significa inquinare di più, perché invece della corrente ci si scalda, ci si illumina, si cuoce il cibo con le energie più distruttive come il legname o la carbonella, che a parità di calore sviluppato generano molta più CO2 del gas naturale e dello stesso carbone. E possono anche avvelenare le persone con il fumo nelle abitazioni. Gli ambientalisti da salotto che nei paesi ricchi predicano su un immaginario passaggio velocissimo alle energie rinnovabili non sanno di cosa parlano».

L’Africa è un continente ricchissimo di combustibili e minerali, non solo oro e diamanti, ma anche cobalto e litio che sono indispensabili per le tecnologie moderne e, per poterli sfruttare nell’interesse dei Paesi che li possiedono, ha bisogno di una classe dirigente capace e preparata. La “generosità” dell’Occidente che ha aperto le porte agli africani più istruiti non si è però tradotta in un grande vantaggio per i loro Paesi di origine. «Mentre gli Stati africani –scrive Rampini- si dibattevano nel degrado delle infrastrutture, nella povertà e nella corruzione, gli africani più qualificati si costruivano nuove vite nell’emisfero occidentale. Secondo l’Unione africana, ogni anno settantamila professionisti esperti lasciano l’Africa». L’interesse degli Stati Uniti e dell’Europa è quello di aiutare il continente africano a crescere e stabilizzarsi politicamente, senza corollari ideologici che ne tarpino le potenzialità. Ma questo va fatto senza ipocrisia e nel rispetto dei fatti. Il recente annuncio da parte della Svezia di nuovi giacimenti di terre rare ha scatenato gli ambientalisti locali che hanno dimostrato contro l’apertura di nuove miniere sul suolo europeo. Così i minerali necessari alla nostra modernità verranno estratti in Africa o Asia, con tecnologie molto più inquinanti ma lontane dai nostri occhi e dalla nostra coscienza. «Denunciamo il fatto che la Cina controlla le filiere di tanti prodotti strategici per un’economia sostenibile, ma per non “sporcarci” escludiamo di sostituire la Repubblica popolare diventando noi i partner degli africani; anche se così facendo porteremmo in questi settori degli standard più avanzati». È questo l’atteggiamento che ha indebolito la presenza occidentale in Africa e proprio l’attuale situazione strategica dovrebbe consigliarci di cambiare impostazione.

Federico Rampini
La speranza africana
335 pag. 20 euro
Mondadori Strade blu

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