Il 9 maggio 2020 la cooperante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya nel 2018, è stata liberata nei pressi di Mogadiscio, in un’operazione congiunta dei servizi segreti italiani, turchi e somali. I toni trionfalistici del governo italiano sono del tutto fuori luogo visto che la mediazione decisiva è stata svolta dai turchi, ormai potenza di riferimento in quella che, una volta, era un’area dominata dall’Italia. Anche la nostra presenza in Libia rischia di essere fortemente ridimensionata dall’intervento militare turco che è diventato il principale sostenitore del governo di Fayez al-Sarraj, nell’ambito della sua aggressiva politica neo-ottomana nel Mediterraneo orientale e centrale.

La cooperante italiana Silvia Romano, appena rilasciata dai terroristi somali, indossa un giubbetto antiproiettile turco, chiara indicazione di chi ha portato a termine le trattative per la sua liberazione.

Non si può che essere umanamente felici per il rilascio di Silvia Romano ma tutta l’operazione ha rappresentato un doppio fallimento strategico. In primo luogo, siamo stati costretti a pagare un riscatto di diversi milioni (non si saprà mai l’entità precisa) ai terroristi somali e, in aggiunta, l’Italia è dovuta ricorrere alla mediazione interessata del MIT, il potente servizio segreto turco, che sicuramente passerà quanto prima all’incasso. In secondo luogo, l’arrivo a Fiumicino della cooperante, che si è rifiutata in modo reciso di togliersi il manto verde impostole dai suoi carcerieri, ha trasformato quello che doveva essere un momento di gioia in uno spot pubblicitario per il fondamentalismo islamico, favorito dalla smania di protagonismo di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Ma come ha fatto la Turchia ad allargare la propria influenza sull’ex colonia italiana?

Erdogan e il Corno d’Africa

Nel 1869 il giovane Regno d’Italia elaborò una strategia per una penetrazione coloniale in Africa Orientale, anche in vista della futura apertura del canale di Suez, in un’area di importanza strategica per i traffici verso il Mediterraneo. Una volta insediati in Eritrea, gli italiani conquistarono la Somalia e l’Etiopia, in quella che venne pomposamente definita l’Africa Orientale Italiana che cessò di esistere nel 1941, dopo la sconfitta subita nella campagna contro gli alleati. Nel 1949, le Nazioni Unite affidarono la Somalia all’Amministrazione fiduciaria della Repubblica italiana che avrebbe dovuto condurre il Paese all’indipendenza che, nel 1960, portò alla riunificazione  della ex Somalia italiana e britannica nella Repubblica somala indipendente. Nel 1969 il generale Siad Barre fece un colpo di Stato che gli consentì di governare fino al 1991, quando la sua caduta portò a una feroce lotta tra signori della guerra, aprendo un periodo di instabilità che ancora perdura.

Nel 1992 i caschi blu dell’ONU giunsero nel Paese con la Missione Restore Hope, ma lo abbandonarono nel 1995, visto il fallimento nella mediazione tra le varie fazioni combattenti. Oggi, la Somalia va considerata a tutti gli effetti uno Stato fallito, in cui non sono garantiti né i servizi essenziali né la sicurezza della popolazione e dove i terroristi islamici degli al-Shabaab, quelli che hanno incassato i soldi del riscatto della cooperante italiana, operano quasi indisturbati e controllano vaste porzioni di territorio. In un contesto così complesso l’Italia, che ai tempi del dittatore Siad Barre aveva mantenuto una sua sviluppata rete di contatti, non è riuscita ad elaborare nessuna strategia e ha visto, poco a poco, scomparire ogni sua influenza, nonostante i grandi investimenti fatti nei decenni passati nell’agricoltura, nell’allevamento e nella pesca. La nostra insipienza ha lasciato campo libero alla “strategia africana” del sultano Erdogan.

Agosto 2011, Erdogan e consorte visitano Mogadiscio, dando inizio alla strategia che in pochi anni permetterà alla Turchia di sostituire l’Italia come Paese di riferimento della Somalia.

La svolta c’è stata nel 2011 con la terribile siccità che colpisce la Somalia, già prostrata dalla guerra civile. Il 19 agosto di quello stesso anno, il presidente turco, primo leader non africano a visitare il Paese in oltre vent’anni, arriva a Mogadiscio con moglie e ministri al seguito e proclama a gran voce: “La tragedia sotto i nostri occhi è un test per la civiltà e i valori contemporanei”. Gli fa eco il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu che, in una dichiarazione alla BBC, afferma: “Siamo venuti in Somalia per mostrare la nostra solidarietà con i nostri fratelli e sorelle somale, ma questo non è per un giorno, continueremo a lavorare con i nostri fratelli e sorelle e non li abbandoneremo mai”. Erdogan lancia inoltre un appello ai politici islamici e ottiene promesse per 350 milioni di dollari e non si lascia sfuggire l’occasione per criticare i Paesi occidentali quando afferma: “Auspico che gli sforzi dell’Organizzazione islamica di cooperazione risveglieranno le coscienze addormentate. Noi speriamo che il mondo occidentale, che mena gran vanto per il suo reddito pro capite, mostrerà il suo appoggio per la Somalia”.

Da quei giorni, la strategia di Ankara ha fatto grandi passi avanti, visto che il porto e l’aeroporto di Mogadiscio sono gestiti e amministrati da società turche, la Turkish Airlines è una delle poche compagnie che vola in Somalia, mentre uno dei due ospedali della capitale porta il nome di Recep Tayyp Erdogan. Negli ultimi mesi, Ankara ha fornito l’appoggio al governo somalo per contrastare la gravissima invasione di locuste che ha colpito il Paese e si è affrettato a inviare anche materiale sanitario per combattere la pandemia di coronavirus. La Turchia mantiene in Somalia un contingente militare che si occupa di addestrare il neonato esercito nazionale somalo. Non dobbiamo quindi stupirci che il governo somalo abbia proposto alla Turchia di collaborare in operazioni di esplorazione energetica sia all’interno del territorio somalo che nelle acque antistanti la costa. D’altronde, la Turchia ha firmato un accordo simile anche con il governo libico di al-Sarraj che, a differenza di quello con la Somalia, minaccia direttamente gli interessi italiani sia in Libia che nel Mediterraneo orientale.

L’assassinio di Gheddafi e la destabilizzazione della Libia

L’estromissione dell’Italia dalla Somalia è certamente una sconfitta, ma non ha grandi implicazioni strategiche, soprattutto per un Paese che, come il nostro, non ha né le capacità né le velleità per condurre un’aggressiva politica internazionale. Un discorso totalmente diverso merita invece l’offensiva turca in Libia che mira esplicitamente a ridimensionare il ruolo svolto dal nostro Paese, dalla metà del secolo scorso in poi, e diventare il principale referente del governo libico. A quel punto, Erdogan potrebbe ricattare l’Italia, sia da un punto di vista energetico che usando l’arma dei migranti, una bomba potente in grado di mettere sotto pressione qualsiasi governo.

La Libia è importante per l’Italia perché nel 2018 il nostro interscambio si è attestato a 5,4 miliardi di euro, di cui l’88,8% nel settore energetico, e questo fa del Paese nordafricano il nostro quinto fornitore. Inoltre l’ENI, la nostra compagnai di bandiera, che opera in Libia dal 1959 di concerto con la società nazionale Noc, estrae il 70% della produzione nazionale libica. Il gas e petrolio dell’Eni in Libia coprono il 15% della produzione del cane a sei zampe a cui si potrebbero aggiungere i ritrovamenti futuri nelle vaste concessioni ottenute dalla nostra multinazionale nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico. Inoltre, dobbiamo prendere in considerazione il ruolo fondamentale svolto dal gasdotto Greenstream, che convoglia il gas proveniente dai giacimenti di Bahr Essalam e Wafa per approdare poi a Gela, in Sicilia.

L’Italia aveva un rapporto privilegiato con lo scomparso Gheddafi, sia per quanto riguarda le forniture energetiche, ma anche per il ruolo attivo svolto dai nostri servizi di informazione che, in un paio di casi, avevano preavvisato il rais di Tripoli di tentativi di colpi di Stato, salvandogli la vita. Il ruolo italiano è stato messo pesantemente sotto attacco nell’ottobre del 2011 con la ribellione che ha condotto alla caduta di Gheddafi, sostenuta principalmente da Francia e Gran Bretagna, a cui si è accodato un riluttante Obama. Il ministro della Difesa francese Gerard Longuet dichiarò orgogliosamente che i caccia della NATO che avevano intercettato e bloccato il convoglio del dittatore libico in fuga, successivamente assassinato dai ribelli libici nelle vicinanze di Sirte, erano francesi. Ma l’esultanza per la morte del dittatore e la nascita di una fantomatica democrazia libica ha subito lasciato il campo alla triste realtà di forze tribali in lotta per impossessarsi delle lucrose risorse petrolifere libiche. La Total francese non è riuscita a scalzare l’ENI ma ha contribuito a destabilizzare ulteriormente una situazione complessa, che minaccia principalmente gli interessi italiani.

 

Muammar Gheddafi. Il suo rovesciamento, caldeggiato da Gran Bretagna e Francia, che sperava di scalzare l’ENI dalla Libia in favore della Total, ha iniziato una destabilizzazione che ha portato alla guerra civile e all’ingresso nel Paese di molti attori stranieri.

La strategia del sultano in nordafrica

Le forze che si stanno affrontando nella guerra civile libica sono rappresentate dal governo riconosciuto internazionalmente di Fayez al-Sarraj, appoggiato da varie milizie locali, che si scontrano con l’autodefinito Esercito Nazionale Libico (ENL), guidato dal generale Khalifa Haftar e sostenuto da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Arabia Saudita, Russia e Francia. Haftar domina la regione orientale del Paese, con Bengasi come epicentro, mentre il governo di al-Sarraj controlla la capitale Tripoli e la costa settentrionale. Il 4 aprile 2019 Haftar, che si presenta come l’uomo forte in grado di ridare stabilità alla Libia, ha lanciato un’offensiva per impossessarsi di Tripoli e porre fine, una volta per tutte, alla guerra civile. Nonostante la grande quantità di armamenti moderni, forniti principalmente dagli Emirati Arabi Uniti, la campagna si è impantanata e l’ENL è stato prima fermato e poi costretto a ritirarsi, perdendo le varie città occupate durante l’offensiva come Sabratha e Surman. Mentre l’attenzione del mondo era concentrata sui fallimentari tentativi da parte dell’ONU e dell’Unione Europea di organizzare conferenze di pace tra i contendenti, il 27 novembre 2019 la Turchia ha firmato con governo di al-Sarraj un accordo di cooperazione che include anche aiuti militari diretti e questo ha cambiato i rapporti di forze sul campo.

In cambio degli aiuti militari turchi, il primo ministro libico Fayez al –Sarraj ha firmato un memorandum di intesa che allarga gli interessi marittimi turchi fino alle coste settentrionali dell’Africa.

Erdogan ha colto al volo l’occasione che gli si è presentata nel momento in cui il legittimo governo di Tripoli, sostenuto soltanto a parole da ONU e Unione Europea, si è trovato sotto l’attacco delle forze del generale Haftar, appoggiato sul campo anche da mercenari russi che lo hanno portato a sfiorare la conquista della capitale e quindi del controllo dell’interno Paese. Il 20 dicembre 2019 il governo di al-Sarraj ha lanciato un appello a Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Algeria e Turchia (che in passato avevano fornito assistenza militare e anti terrorismo) per un aiuto militare che aiutasse la Libia a combattere “mercenari stranieri, gruppi armati e formazioni che rifiutano di riconoscere la legittimità dello Stato”. Ankara è stata l’unica a rispondere all’appello e all’inizio di gennaio 2020 ha inviato circa duecento consiglieri militari, qualche migliaio di mercenari siriani già usati nelle operazioni contro i curdi nella Siria settentrionale, droni da combattimento, missili antiaerei, mezzi corazzati e tecnici turchi per far funzionari gli armamenti e per addestrare i libici ad usarli.

Questa notevole potenza di fuoco ha di fatto bloccato l’offensiva di Haftar e consentito la riconquista della costa settentrionale, tagliando così le linee di rifornimento dell’ENL che si sono trovate sotto il fuoco dei moderni droni forniti da Ankara. La Russia, che non può certo accettare passivamente l’iniziativa turca, ha reagito inviando 14 aerei da guerra nella base libica di al-Jufra lo scorso 21 maggio. In risposta a questi sviluppi, Jeff Arrigian, comandante delle forze aeree USA in Europa, ha dichiarato: “Se la Russia consolida la sua presenza in Libia, dispiegheremo sistemi di interdizione aerea ad ampio raggio”. Erdogan, che controlla il più potente esercito della NATO dopo quello statunitense, non è certo tanto sciocco da pensare a una vittoria militare sul campo contro un alleato sostenuto anche dalla Russia. Il suo scopo è quello di evitare la sconfitta militare di al-Sarraj e di sedersi al tavolo delle trattative come alleato di riferimento del governo libico, tagliando fuori qualunque ruolo dell’Italia.

Prima di promettere il sostegno bellico al governo di Tripoli, Erdogan era riuscito ad estorcere ad al-Sarraj la firma di un memorandum di intesa che ridisegna completamente le aree di influenza marittima di Libia e Turchia e consente ad Ankara, in violazione delle attuali convenzioni internazionali, di rivendicare il proprio diritto a fare ricerche petrolifere anche in acque territoriali greche e cipriote, in una sostanziale continuità tra la costa turca meridionale e la Libia. Il memorandum di intesa turco-libico rappresenta però una minaccia diretta agli interessi petroliferi italiani perché l’ENI ha ottenuto dal governo di Cipro, Paese appartenente all’Unione Europea, il diritto a fare ricerche in un’area marittima a cui sono anche interessati Grecia, Egitto, Israele e Libano che, non casualmente, hanno firmato un documento di protesta contro il memorandum.

La politica neo-ottomana e la “patria blu”

L’intervento militare turco in Libia va inserito però in una strategia più ampia per ricreare l’antica area di influenza dell’Impero ottomano e confrontare le monarchie del Golfo nella sfida per l’egemonia sul mondo sunnita. Le radici delle ambizioni geopolitiche di Ankara si dipartono da una concezione relativamente nuova della difesa nazionale in cui la parola turca “patria” (vatan) deve essere allargata oltre che alle terre nazionali anche al mare, la cosiddetta “patria blu” (mavi vatan), termine usato per la prima volta nel 2006 dall’ammiraglio Ramazan Cem Gürdeniz. Il termine è diventato popolare nel marzo del 2019, quando le manovre della marina militare turca nel Mediterraneo orientale furono chiamate “Mavi  Vatan”, a riprova che non si tratta delle concezioni bizzarre di un oscuro studioso ma di una vera e propria strategia geopolitica che rappresenta una minaccia per i nostri interessi energetici nell’area.

Il 10 febbraio 2018 navi militari turche hanno impedito alla piattaforma galleggiante Saipem 12000 di raggiungere l’area cipriota dove avrebbe dovuto fare delle ricerche petrolifere.

Nel 1974 l’esercito turco invase militarmente l’isola di Cipro, a maggioranza greca, e diede vita nell’area settentrionale dell’isola alla Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta dalla sola Turchia. Dopo la scoperta di ricchissimi giacimenti di gas intorno a Cipro, la Turchia, forte del suo feudo cipriota, ha iniziato a contestare tutti gli accordi raggiunti dalla Repubblica di Cipro con varie compagnie petrolifere internazionali e questo ha comportato delle minacce militari dirette all’Italia. Il 10 febbraio 2018 navi da guerra turche hanno intimato alla piattaforma galleggiante Saipem 12000, di cui l’ENI è il principale azionista con il 30,54%, di non raggiungere il punto della Zona economica esclusiva di Cipro dove avrebbe dovuto fare delle trivellazioni. La nave non ha potuto far altro che girare la prua e far rotta verso l’Italia per evitare pericoli maggiori. Questa gravissima provocazione non ha avuto nessuna risposta da parte del nostro governo e ha dimostrato ancora una volta come Erdogan, un vero e proprio sultano, non abbia nessuna remora a usare tutti i mezzi, inclusi quelli militari come dimostra l’intervento in Libia, per perseguire i propri scopi. Il nostro ministero degli Esteri ha messo a punto una qualche strategia per confrontare quello che si prospetta come un osso molto duro nella drammatica situazione libica? Che controparte ci chiederà la Turchia per l’aiuto interessato che ci ha fornito nel caso di Silvia Romano?

 di Galliano Maria Speri

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