Questo fine settimana un centinaio di negozi a Berlino porranno sui loro vetri decalcomanie in forma di frammenti: come se fossero stati rotti. L’iniziativa è di un gruppo di commercianti berlinesi  e dell’associazione paragovernativa Kultur Projekte Berlin. Lo scopo è di permettere alle giovani generazioni di entrare in contatto, anche visivo, con la memoria dell’infame “Kristallnacht”. Il 9 novembre del 1938, 75 anni fa, quando le SA coadiuvate da fanatici di ogni risma distrussero le vetrine dei negozi gestiti da ebrei in tutta la Germania e selvaggiamente li picchiarono. Si calcola che circa 1500 persone furono uccise quella notte. Fu l’inizio della “soluzione finale”, in quelle ore circa 30 mila ebrei furono rinchiusi nei campi di concentramento. Il regime nazista aveva solo 5 anni di vita, ma era già pronto a dispiegare tutta la ferocia di cui avrebbe dato prova in patria e fuori dai suoi confini. I suoi carri armati e la sua aviazione stavano scaldando i motori. Si aprivano i lager e vi cominciavano ad affluire dissidenti politici, preti cattolici, sbandati, apolidi, persone estranee al culto della razza locale. E gli ebrei, il popolo della Bibbia, il pilastro della cultura che chiamiamo “occidentale”, portatore si una tradizione che doveva essere estirpata, per sostituirla col ritorno alle deità pagane.

Il motivo scatenante della Notte dei Cristalli era stato l’assassinio del diplomatico tedesco Erns von Rath a Parigi, per mano di Herschel Grynzspan, ebreo polacco. Il pretesto. La Germania di allora era una pentola a pressione giunta alla temperatura dell’esplosione.

C’è stato un lungo periodo nel secondo dopoguerra in cui la Germania ha cercato di scrollarsi di dosso il peso del senso di colpa per l’epoca buia in cui aveva fatto piombare il mondo. Oggi potrebbe dimenticarsi di tutto questo, celebrare i propri passi in avanti, l’impressionante sviluppo economico, le conquiste sociali e scientifiche. Sono passati tanti anni, la Germania federale è una delle mete preferite degli esuli in cerca di lavoro, una società civile in cui rifugiarsi per fuggire alla fame e alla disperazione, o alle guerre e alla persecuzione. Più che giusto, è necessario che ricordi l’infamia di quella notte che resta come simbolo della capacità umana di schiacciare l’umanità.

Ma è anche giusto che il mondo si chieda perché un paese civile, dove la cultura era diffusa più che altrove, possa essersi gettato nell’abisso scavato da Hitler. Bisogna ricordare allora anche un altro evento, avvenuto diciannove anni prima, nel 1919: il trattato di Versailles, col quale, tra l’altro, la Germania fu condannata a pagare 132 miliardi di marchi-oro quale riparazione di guerra ai vincitori del primo conflitto mondiale. Pochi sanno che l’ultima rata di queste riparazioni è stata versata poco tempo fa, nel 2010.

Allora, nel primo dopoguerra, l’entità della tassazione imposta all’economia tedesca era tale che la nazione dovette lavorare impoverendosi, e per vedere fuggire all’estero i frutti del proprio lavoro. Anche, forse soprattutto, a causa del peso di quella tassa feroce cadde la repubblica di Weimer e trionfò il desiderio di vendetta, sotto il segno della svastica.

L’economista britannico John Maynard Keynes, una volta abbandonata la delegazione britannica a Versailles, invano nel noto scritto “The Economic Consequences of the Peace” aveva proposto una politica economica basata sulla giustizia e non sulla vendetta. Egli previde e denunciò che la pesantezza del carico fiscale imposto al popolo tedesco avrebbe avuto conseguenze disastrose. I governi negli anni Venti lo ignorarono, la storia gli diede ragione.

Alla conclusione della seconda guerra mondiale, Keynes fu chiamato a informare gli accordi di Bretton Woods, con cui si disegnò un nuovo ordine economico internazionale, non fondato sullo sfruttamento del vinto, ma sul principio che bisogna investire per generare nuova ricchezza. Certo, un fattore poderoso per portare a questa risoluzione fu anche la necessità di risollevare il paese attestato su quella frontiera che Churchill definì “cortina di ferro”.

Nel ripensare oggi ai tragici eventi di cui la notte dei cristalli è stato il  momento di svolta, forse occorre ricordare anche la complessità dei fenomeni storici, e la necessità di interrompere le catene di ingiustizia, di sopraffazioni, di violenze dirette e indirette, belliche ma anche economiche, che hanno travagliato la vita dei popoli.

“Senza la giustizia, che cosa sono gli stati, se non bande di ladri?” Il monito formulato da sant’Agostino nella “Città di Dio” non ha perso valore col passare dei secoli. In un mondo dove si generano nuove povertà mentre si gonfiano a dismisura capitali immensi, spesso trafugati e nascosi nei mercati off-shore, lontani dai sistemi fiscali di stati sovrani sempre più indebitati, forse la ricorrenza della Kristallnacht può essere un’occasione per ripensare, oltre che alla barbarie dell’olocausto, anche alla barbarie che consegue alle ingiustizie compiute sotto lo schermo di asettici computi economici, di fughe di capitali, di carichi fiscali che schiacciano il lavoro strappandogli la dignità.

Il sistema di Bretton Woods è crollato tanto tempo fa: il 15 agosto del 1971, quando la base aurea della moneta di riserva mondiale, il dollaro, fu tolta. E crebbe senza freni la massa di credito svincolato dalle attività economiche produttive.

Anche oggi si vedono avvisaglie di fenomeni sociali di rivolta: nell’estremismo neonazista che fa capolino in alcuni paesi, nel malumore verso la nostra Europa unita che pure è nata come il principale presidio contro il ritorno di nefasti nazionalismi. La Notte di Cristallo ci ricordi anche quanto è fragile l’illusione umana di potersela cavare quando un’economia, che ragiona solo in termini di arricchimenti speculativi e non di investimenti produttivi, immiserisce i popoli.

E  quanto gli stati possano diventare fragili, pericolanti e pericolosi, quando s’impone l’ablativo assoluto: “tolta la giustizia…”.

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