Mario Tchou, ingegnere geniale e padre dell’informatica in Italia (3)

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La morte di Adriano Olivetti e di Mario Tchou rappresentò l’inizio della parabola discendente dell’informatica italiana, nonostante grandi exploit come la realizzazione del primo personal computer, con anni di anticipo rispetto alla Apple di Steve Jobs. All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, nel pieno della Guerra fredda, una serie di morti eccellenti segna il punto più drammatico dello scontro con l’Unione Sovietica per il dominio mondiale. Tutti gli eventi italiani vanno letti tenendo presente il contesto internazionale.

Oltre ad essere un Paese di santi, poeti e navigatori, l’Italia è anche la patria di grandi misteri che, dopo decenni e decenni, continuano a rimanere tali anche perché la nostra agguerritissima magistratura arriva sempre a un millimetro dalla verità, e non esistono più grandi giornalisti di inchiesta, come il recentemente scomparso Andrea Purgatori. Questa serie di articoli non mira a svelare complotti mirabolanti né a formulare accuse che non possono essere provate, ma ad analizzare come la morte di Olivetti e Tchou rappresentò la fine anche della promettente informatica italiana che, di lì a poco, venne smantellata e venduta a pezzi agli americani.

FIAT vs Olivetti

Un’ottima chiave di lettura di quegli anni è rappresentata dal confronto tra due modelli di sviluppo, la FIAT e l’Olivetti. Le due imprese sono diverse per dimensioni, impostazione, mentalità e impatto sociale ma, mentre la FIAT crescerà fino a diventare la principale industria italiana e condizionerà la politica e l’economia, l’Olivetti sarà drasticamente marginalizzata fino a scomparire. Il gigante di Torino punta a intensi rapporti col potere politico (“Noi siamo un’azienda filo-governativa”, diceva il fondatore Giovanni Agnelli), sulla razionalizzazione, un moderato progresso tecnologico e la concentrazione della produzione, si muove prima con i fondi del Piano Marshall e poi con finanziamenti statali e trasforma Torino in una cittadella dell’auto.

Vittorio Valletta (1883-1967), in piedi vicino a una 500. Per Valletta la divisione elettronica della Olivetti era un “neo da estirpare”, a qualunque costo. Come infatti avvenne. (La foto proviene dall’archivio storico della FIAT).

Vittorio Valletta, potentissimo dirigente della FIAT, è molto chiaro nelle sue intenzioni: “Io ho prospettato agli americani l’opportunità che noi facciamo le piccole vetture, le ‘500’ e le ‘1100’ nonché tutto quello che possiamo fare pagare meno. Questo materiale noi lo si può fare, sia per il mercato italiano che per quei mercati che per gli statunitensi sono lontani e possono essere meglio serviti da noi… sta di fatto che in genere le ditte americane non producono il tipo piccolo di macchine; quindi noi col tipo piccolissimo siamo salvi, e anche col tipo immediatamente successivo, che non è ancora piccolo. Per i tipi superiori noi non faremo niente se non andremo d’accordo con gli americani”. (Ministero per la Costituente, Rapporto della Commissione economica). Tra parentesi, la crescita della FIAT ha avuto un ruolo nefasto nello sviluppo della rete ferroviaria italiana. Nel 1941, l’Italia possedeva 23.062 km di ferrovie, scesi a 20.031 nel 1978. In Svizzera l’80% delle merci è trasportato su ferro, in Italia è il contrario con quello che ne consegue in termini di inquinamento e maggiori incidenti stradali.

Rispetto alla FIAT, l’Olivetti privilegia invece un modello di “decentramento industriale”, rivoluziona le relazioni sindacali, punta all’investimento nelle tecnologie emergenti e alla creazione di centri di ricerca che rappresentano eccellenze internazionali, con personale super specializzato che non ha paragoni al mondo, USA inclusi. Crea un modello di fabbrica a misura d’uomo, rifiuta l’impostazione tayloristica del lavoro, punta alla collaborazione e al dialogo tra proprietà e dipendenti. Ma la differenza fondamentale è il rapporto con la politica, nazionale e internazionale. L’Olivetti pensa in grande, ritiene che la propria crescita debba dipendere dal solo sviluppo tecnologico e non da considerazioni politiche. Mira all’espansione sui mercati internazionali, all’indipendenza finanziaria e sfida direttamente i colossi americani, anche all’interno degli stessi Stati Uniti. Un approccio che, nel contesto della Guerra fredda, non poteva non suscitare una forte reazione da parte degli anglo-americani.

Per affrontare le difficoltà dopo la morte di Adriano Olivetti e di Mario Tchou viene creato un “gruppo di intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, IMI e Banca d’Italia che entrano nel capitale. Bruno Visentini, vicepresidente dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), è nominato presidente dell’Olivetti. Diviene subito chiaro che lo scopo del “gruppo di intervento” non è quello di affrontare e risolvere le difficoltà della Olivetti ma di distruggere la divisione elettronica, considerata un fastidioso concorrente dei vincitori della guerra. Il 30 aprile 1964, il presidente di FIAT Vittorio Valletta dichiara: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare; l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Il neo viene estirpato brutalmente. Nel luglio 1965 la Deo, la Divisione Elettronica Olivetti, è ceduta al 75% alla General Electric e nel 1968 sarà ceduto il restante 25%. L’Italia lascia definitivamente agli Stati Uniti il primato della ricerca scientifica applicata all’informatica.

Il primo personal computer

Nel frattempo però, un ricercatore che aveva fatto parte della squadra di Tchou, l’ingegner Pier Giorgio Perotto, dopo aver concluso la sua esperienza con la Deo, si ritrova ad avere le mani libere per continuare le ricerche e mettere a punto con due collaboratori uno strumento di calcolo semplice e maneggevole, che consenta di alleggerire le operazioni e aumentare la produttività. Nasce così il “Programma 101” (P101) che il 15 ottobre 1965 viene presentato con grande successo al Bema Show di New York, la grande fiera dell’innovazione tecnologica. Trascurando le macchine da scrivere, il pubblico americano prende d’assalto la piccola saletta dove era presentato il P101. Grande come una macchina da scrivere, con un design elegante curato dall’architetto Mario Bellini e circuiti a transistor, la P101 era a tutti gli effetti il primo personal computer della storia.

Pier Giorgio Perotto (1930-2002), stretto collaboratore di Tchou, guidò un gruppo di ricerca che mise a punto il primo personal computer della storia. (Nella foto, Perotto, seduto a sinistra, con il team della P101).

Mentre l’Elea 9003 era commercializzato a circa 500 milioni, a seconda dei modelli, la P101 ne costava soltanto due, dunque mai come in questo caso un computer può dirsi personal, ossia alla portata del consumatore medio. Il giorno successivo i grandi giornali americani escono con titoli come “Olivetti lancia la nuova dimensione del computer”, “Un computer da scrivania”, “La Olivetti sta per vendere negli Stati Uniti per la prima volta un computer con le dimensioni da tavolo”, “La Olivetti riduce le dimensioni del computer”. Sempre nel 1965 la General Electric si appropria del marchio P101 e reimmette questo prodotto sul mercato col marchio Ge115. Nel 1967 la Hewlett Packard versa 900.000 dollari alla Olivetti riconoscendo di aver violato il brevetto della P101. Il 1 aprile 1976, quasi undici anni dopo la creazione della P101, Steve Jobs e Steve Wozniak fonderanno la Apple, la prima azienda che trasformerà il personal computer in un elettrodomestico d’uso comune e a prezzi ancora inferiori. Oggi la P101 è esposta al Museum of Modern Art di New York.

Prima di morire, Tchou aveva assunto nei laboratori di Borgolombardo Federico Faggin, un perito tecnico che successivamente si laurea in Fisica a Padova per poi passare alla Fairchild di Palo Alto in California. Nel 1970 inizia a lavorare per Intel dove mette a punto insieme ad altri colleghi il primo microprocessore della storia, l’Mcs 4004, il chip che rivoluziona completamente l’elettronica rendendo possibile il computer moderno, il telefonino, la stampante e gli scanner. Nel 1972 lancia l’8080, il primo microprocessore ad alte prestazioni. “Nessuna di queste imprese mi sarebbe stata possibile -riflette Faggin- se avessi proseguito la carriera in Italia, dove le istituzioni e le industrie avevano tutta l’aria di non capire nulla del ricco rapporto tra innovazione tecnologica e progresso sia economico sia sociale”.

In Italia lo Stato investe in ricerca poco meno di quanto facciano altri Paesi. Chi investe cifre irrisorie sono invece i privati, che nel resto del mondo sono i principali finanziatori della ricerca. Secondo l’Istituto per la competitività, dal 1989 al 2009 l’Italia ha visto sfumare un capitale nell’ordine di quattro miliardi di euro a causa delle commesse perse derivate da brevetti depositati all’estero da ricercatori italiani espatriati. E il fenomeno non è certo diminuito negli ultimi anni, visto il numero enorme di laureati che non riescono a trovare in Italia posti di lavoro adeguati al livello della loro preparazione. Per ottenere risultati c’è bisogno di programmare su tempi lunghi, in Italia, invece, si procede giorno per giorno e ci si mobilita soltanto per le emergenze.

 La morte di Tchou

L’articolo dedicato alla morte di Tchou, il 10 novembre 1961. Dalla foto dell’auto è difficile immaginare lo “scontro frontale” di cui parlarono i giornali.

La mattina del 9 novembre 1961 Mario Tchou deve andare a Ivrea per discutere di una miglioria importante al software dell’Elea 9003. Parte da Milano a bordo della sua Buick Skylark insieme a un dipendente che gli fa da autista. Nei pressi del casello di Santhià, la Buick sbanda dopo un sorpasso e va a scontrarsi con un camioncino. Nell’impatto, muoiono Tchou e il suo autista, mentre il guidatore del camioncino rimane illeso. Le indagini sull’incidente vengono chiuse frettolosamente, anche se la dinamica dello scontro non è mai stata chiarita. Elisa, la vedova di Tchou, pur dicendosi aperta a tutte le ipotesi, afferma che non esistono prove su un dolo eventuale nell’incidente. Nel già citato articolo del Corriere della Sera l’imprenditore Carlo De Benedetti afferma che: “In Olivetti, quando io sono entrato nel 1978, tutti erano convinti che Tchou fosse stato ucciso dalla Cia. Ovviamente non ho nessuna prova, riferisco quello che tutti in azienda davano come per assodato”. Incidente o sofisticato attentato, con la morte di Adriano Olivetti e Mario Tchou inizia il processo di liquidazione della divisione elettronica della Olivetti il cui know how finisce interamente nelle mani di imprese americane.

Il contesto della morte del ricercatore italo-cinese appare immediatamente più chiaro se si fa un breve elenco di alcuni eventi salienti di quegli anni cruciali:

27 febbraio 1960, morte di Adriano Olivetti

9 novembre 1961, morte di Mario Tchou

14-28 ottobre 1962, crisi missilistica di Cuba

27 ottobre 1962 morte di Enrico Mattei. In questo caso esistono prove documentali che la morte del presidente dell’ENI fu un attentato. L’aereo di Mattei, in volo dalla Sicilia verso Milano, precipita a Bascapè (Pavia) due minuti prima dell’atterraggio. Nel 1994 viene riaperta l’indagine sull’incidente e nella richiesta di rinvio a giudizio si può leggere: “L’indagine tecnica, confortata da prove orali e documentali raccolte, in assenza di evidenze contrarie, permette di ritenere inequivocabilmente provato che [l’aereo sul quale viaggiava Mattei] è precipitato a seguito di un’esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all’interno del velivolo”. (Inchiesta n. 181/94 aperta nel 1994 dal pubblico ministero Vincenzo Calia e chiusa nel 2003).

22 novembre 1963 John Fitzgerald Kennedy viene ucciso a Dallas

Le morti di Adriano Olivetti, di Mario Tchou e l’assassinio di Enrico Mattei, succedutesi in poco più di due anni, segnarono il punto di svolta nella storia politica ed economica del Bel Paese. L’Italia, che aveva un’economia in rapida crescita e tecnologicamente avanzata, imboccò la via della conservazione e della dipendenza tecnologica, innescando un ciclo negativo da cui non è più uscita. La storia non si fa con i se, ma è importante ricordare le persone eccezionali che diedero vita a quello che fu definito “miracolo economico” e che mostrarono l’esistenza di un “sogno italiano” che andrebbe capito e ripreso in un’epoca di grandi cambiamenti e turbolenze come quella attuale.

(fine)

(Nello sfondo è riprodotta la Olivetti Programma 101, esposta al Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano)

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