L’esercito israeliano deve imparare a vincere la pace, non la guerra

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Sono iniziate le operazioni di terra contro Gaza, con l’obiettivo di sradicare per sempre Hamas ma senza un piano adeguato per salvare gli oltre 230 ostaggi (una soldatessa è stata liberata il 30 ottobre) e nessuna strategia sulle prospettive future. Il presidente Biden ha chiesto accoratamente a Israele di non ripetere gli errori commessi dagli Stati Uniti nella loro guerra al terrorismo, ma il premier Netanyahu, nonostante il terribile fallimento evidenziato dagli attacchi terroristici del 7 ottobre, prosegue imperterrito sulla strada insanguinata e perdente dell’offensiva militare che non tiene in nessun conto il costo tragico dei civili uccisi. Il problema vero è che, con l’eccezione di Rabin, i vari governi succedutisi in Israele, non hanno mai avuto una vera strategia per la pace, ma solo una per la guerra. Ora si dovrebbe cambiare metodo.

Forse qualcuno ricorderà che il 1 maggio 2003 l’allora presidente George Bush tenne un discorso, diventato poi famosissimo, a bordo della portaerei USS Abraham Lincoln, in cui annunciava la vittoria contro il dittatore iracheno Saddam Hussein. «Le principali operazioni di combattimento –disse il presidente- sono terminate. Nella battaglia dell’Iraq gli Stati Uniti e i nostri alleati hanno vinto…il regime non esiste più». Quel discorso è passato alla storia col nome tragicamente ironico di “Missione compiuta”. Purtroppo, era solo un’illusione e il Medio Oriente avrebbe visto innumerevoli guerre civili, la nascita e la veloce espansione dello Stato islamico, sconfitto nel sangue ma con alcuni tronconi ancora attivi. Senza considerare l’aumento dell’influenza di Mosca e Teheran nell’area. Anche l’umiliante fuga delle truppe occidentali, sotto i colpi incalzanti dei talebani nell’agosto del 2021, ha dimostrato a coloro che hanno ancora voglia di imparare dalla storia che la democrazia non si esporta sulla punta delle baionette e che il terrorismo non si può sconfiggere soltanto con mezzi militari. Ma gli strateghi israeliani sono troppo superbi e ideologizzati per ammettere il fallimento dei loro piani.

La nascita dell’esercito di Israele

La data ufficiale per la creazione delle forze armate dello Stato ebraico è il 31 maggio del 1948, due settimane dopo la dichiarazione di indipendenza, quando il padre della patria David Ben-Gurion ordinò lo scioglimento di tutte le milizie armate ebraiche, che avevano colpito per anni sia i villaggi arabi che le truppe britanniche, e la loro assimilazione all’interno delle Forze di difesa di Israele (FDI), note anche come Tsahal (abbreviazione di Tzva HaHagana LeYisra’el). Dalla sua creazione, le linee guida sono state plasmate dal bisogno della neonata nazione di difendersi da un nemico più forte e numericamente superiore. Il punto centrale è che Israele non può permettersi di perdere nessuna guerra. I pianificatori di Tsahal credono che questo obiettivo possa essere raggiunto attraverso una strategia che sia in grado di mobilitare velocemente una forza schiacciante che riesca a portare l’offensiva nel campo del nemico.

Oggi i militari in servizio sono 169.500 e i riservisti 465.000. Il servizio militare è obbligatorio per maschi e femmine (solo gli ebrei ortodossi sono esentati) e nell’esercito di leva circa il 40 per cento dei soldati è composto da ragazze (l’età a partire dalla quale si può essere arruolati è di 17 anni e fino ai 49 anni si è riservisti). Ci sono circa 10mila donne che sono militari di carriera, mentre la componente femminile all’interno del corpo ufficiali è del 25 per cento. Israele è uno dei pochissimi Paesi al mondo che ha la leva obbligatoria anche per le donne, ma questa presenza femminile non ha addolcito la prassi operativa di un esercito che, da sempre, fa morti soprattutto fra i civili. Al momento di scrivere, secondo la Associated Press, le vittime a Gaza dal 7 ottobre 2023, data della brutale incursione di Hamas, hanno superato le 8000. La rete televisiva Al Jazeera riferisce invece che i bambini uccisi sono finora 3324, ma si calcola che sotto le macerie causate dai bombardamenti dell’aviazione ci siano altri 1000 corpicini.

L’armamento di Tsahal è all’avanguardia: 339 aerei modernissimi, 2200 carri armati Merkava di ultima generazione con cannoni da 120 mm, 530 pezzi di

Due F-16 C Fighting Falcon (in dotazione all’aviazione di Tel Aviv) in volo. Sono questi gli aerei che bombardano Gaza a tappeto, uccidendo migliaia di civili.

artiglieria, 5000 veicoli corazzati per il trasporto delle truppe, 142 elicotteri, centinaia di bulldozer corazzati DR9, 4 corvette missilistiche Sa’ar 6, 49 corvette e pattugliatori costieri, 5 sottomarini. Dato il numero relativamente limitato delle forze in servizio permanente, la missione delle FDI può essere messa in pratica grazie a un efficace corpo di riservisti, un sistema di intelligence che si serve sia di agenti sul campo che di avanzatissimi apparati elettronici, una sofisticata strategia di infiltrazione all’interno delle forze radicali, e un potente sistema di avvistamento precoce, che consente di intercettare la maggior parte dei razzi lanciati da Gaza o dal sud del Libano.

La preparazione e la determinazione ha consentito all’esercito israeliano di conseguire una prima, cruciale vittoria sugli eserciti arabi nel 1948, appeno dopo la proclamazione dell’indipendenza. Nel 1956, nella guerra di Suez, Tel Aviv fu costretta a ritirarsi dagli Stati Uniti, dopo che aveva conquistato il Sinai (vedi il mio articolo del 21 ottobre). Il punto di svolta si ebbe nel giugno del 1963, la famosa “Guerra dei sei giorni”, quando con un massiccio attacco a sorpresa l’aviazione con la stella di Davide distrusse al suolo quasi per intero quella egiziana. Le forze israeliane occuparono anche Gaza e il Sinai, territori egiziani, la Cisgiordania e la parte araba di Gerusalemme, sotto sovranità giordana, gli altipiani del Golan che appartenevano alla Siria. Con l’eccezione del Sinai, riconsegnato all’Egitto, dopo il trattato di pace del marzo 1979, tutti i territori sono rimasti sotto il controllo di Israele, nonostante innumerevoli risoluzioni dell’ONU. Nel 1973, scoppiò un altro conflitto, ricordato come “Guerra del Kippur”, sostanzialmente vinto da Israele nonostante l’attacco a sorpresa iniziale di Egitto e Siria.

Negli anni successivi, Tsahal fece numerose campagne militari, anche fuori dai confini nazionali, come avvenne per l’Operazione Entebbe, grazie alla quale un commando israeliano liberò gli ostaggi a bordo di un aereo dirottato da terroristi palestinesi in Uganda, a migliaia di chilometri di distanza da Israele. Nel giugno del 1981 l’aviazione israeliana condusse un attacco a sorpresa contro un reattore nucleare in costruzione a 17 chilometri da Baghdad, in Iraq. Tra il 1982 e il 1985 l’esercito con la stella di Davide combatté due guerre in Libano, che segnarono lo scivolamento di quella che era una volta conosciuta come “Svizzera del Medio Oriente” verso la situazione attuale di Stato fallito, in cui gli Hezbollah controllati dall’Iran sono la forza dominante. Tsahal ha schiacciato una Prima e una Seconda intifada, è intervenuta, più o meno massicciamente, decine di volte in Cisgiordaniae e a Gerusalemme est. Ha condotto innumerevoli invasioni della Striscia di Gaza che, purtroppo, oltre a causare la morte di migliaia di civili non hanno modificato i rapporti di forza, come è dimostrato dall’offensiva di Hamas del 7 ottobre. Come mai quello che viene considerato uno dei migliori eserciti del mondo, dopo centinaia di operazioni militari vinte è stato colpito dal peggior disastro dal 1948?

Guerra o pace?

La pecca fondamentale dell’elite al potere a Tel Aviv è che non ha mai sviluppato una vera e propria strategia di pace (con l’eccezione di Ytzhak Rabin, assassinato troppo presto) ma si è sempre preparata a vincere una guerra, che avrebbe gettato i semi del successivo conflitto. Questa situazione va avanti dal 1948 e a me sembra ormai evidente che i raffinatissimi strateghi militari dello Stato ebraico ignorino quella che dovrebbe essere la base della scienza militare: ogni conflitto viene combattuto per vincere la pace, non per vincere lo scontro del momento. Dopo una guerra, per quanto atroce e sanguinaria possa essere stata, ci si siede a un tavolo e si firma un trattato in cui gli ex nemici si riconoscono reciprocamente e si cerca di porre le basi per una pace giusta che favorisca entrambi i contendenti. Nell’agosto del 1945, per costringere il Giappone alla resa, il presidente Truman ordinò di lanciare due ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki, cosa mai avvenuta prima e, per fortuna, mai successa dopo. Eppure, oggi gli USA sono il principale alleato del Giappone. La foto che ritrae il presidente francese Mitterrand e il Cancelliere tedesco Kohl mano nella mano a Verdun nel settembre del 1984 ha fatto la storia. Due nazioni che si odiavano a morte e avevano combattuto due guerre mondiali erano diventate sorelle fino a costituire l’asse portante dell’Europa. Certo, non è possibile negoziare con terroristi fanatici che postulano la distruzione dello Stato di Israele, in ogni caso, un obiettivo non realistico e irraggiungibile. Ma la domanda giusta da porre è: come isolare Hamas all’interno dei palestinesi per arrivare alla sua sconfitta finale. Assassinare 3324 bambini incolpevoli non mi sembra una strategia vincente.

6 novembre 1995, la famiglia riunita ai funerali di Ytzhak Rabin, assassinato da un estremista di destra ebraico. Rabin è stato l’unico politico israeliano che ha cercato di affrontare seriamente il problema palestinese (Foto https://www.flickr.com/photos/government_press_office/6324961469/)

Non sono nella posizione di dare consigli di tipo bellico, visto che l’ultimo maschio della mia famiglia sotto le armi fu mio nonno, nel periodo finale della Grande guerra, ma vorrei ricordare alcuni notissimi fatti storici. Quando fu chiaro che gli Alleati avrebbero vinto la Seconda guerra mondiale, il conflitto più sanguinoso mai combattuto nella storia umana, gli Stati Uniti si posero il problema di cosa fare con la Germania che, in un secolo, aveva contribuito a scatenare due guerre mondiali. Henry Morgenthau Jr, segretario al Tesoro dal 1934 al 1945, mise a punto un piano per impedire che la Germania potesse minacciare di nuovo la pace mondiale. L’idea di Morgenthau era di deindustrializzare completamente il Paese e trasformarlo in una nazione agricola. Il progetto fu approvato dagli Alleati nel 1943, in un incontro in Canada e prevedeva la rimozione o distruzione di tutte le strutture industriali, l’inondazione o la cementificazione delle miniere.

Appena finita la guerra, questa strategia fu resa operativa ma, già nel 1946 e 1947, divenne chiaro che il Piano Morgenthau stava causando gravi problemi economici perché la deindustrializzazione aveva portato al crollo della produttività agricola. L’ex presidente Herbert Hoover, che all’epoca ricopriva il ruolo del vecchio e saggio statista, fu inviato in Germania con l’ordine di riferire a Washington quale fosse il problema. Al termine della sua indagine, che si svolse all’inizio del 1947, scrisse tre rapporti. Nell’ultimo, datato 18 marzo 1947, Hoover concludeva: «Vi è l’illusione che la Nuova Germania, perdute le annessioni, possa essere ridotta a uno “Stato pastorale”. Ciò non può essere realizzato a meno che noi non sterminiamo o deportiamo 25 milioni di persone». Meno di tre mesi dopo la presentazione del rapporto Hoover, l’ex generale (un militare, prendere nota) George Marshall, allora segretario di Stato, elaborò un progetto che divenne noto come Piano Marshall per fare il contrario di quanto aveva pensato Morgenthau e reindustrializzare la Germania e il resto d’Europa, senza distinzione tra amici o ex nemici.

Cosa avrebbe fatto George Marshall se fosse stato al posto del generale Ariel Sharon, responsabile del ritiro israeliano da Gaza nel 2005? Il rapporto Hoover è molto chiaro nell’indicare che se non si mette in moto un processo di sviluppo industriale e agricolo non c’è futuro per la popolazione. I palestinesi, sommando Gaza e Cisgiordania, superano i 5 milioni. Cosa vuole fare il governo Netanyahu? Finora il problema è stato ignorato ma le due soluzioni prospettate da Hoover non sono praticabili, soprattutto da parte di una nazione che ha una certa familiarità con le deportazioni e lo sterminio. Non dobbiamo accettare l’idea che l’unica strategia possibile sia quella di ricorrere a inumani bombardamenti a tappeto per colpire Hamas, con tutto il suo tragico corollario di morti civili. L’efficientissimo Mossad ha mai pensato di creare un’unità speciale che faccia tesoro del prezioso lavoro del giudice Giovanni Falcone contro la mafia? Il giudice siciliano aveva capito che il suo metodo “cherchez l’argent” era estremamente efficace per intaccare gli interessi mafiosi e le connessioni col mondo finanziario che si occupava di riciclaggio e investimenti. Molti giornalisti di inchiesta hanno lavorato con successo per far luce sui finanziamenti al terrorismo. Il Mossad potrebbe cominciare da Dubai, la Mecca del riciclaggio, per capire come arrivano i soldi ad Hamas e magari, lanciare operazioni speciali per distruggere le reti di finanziamento. Non ci sono soltanto i tunnel sotterranei ma anche i cunicoli finanziari che non sono meno importanti per contrastare il terrorismo.

Mi permetto un ultimo consiglio rivolto alle strutture e alle agenzie che formano i militari israeliani. Così come nelle scuole italiane, ormai da anni, vengono organizzate delle visite guidate ad Auschwitz e in altri campi di sterminio, per toccare con mano cosa fu la shoah, potrebbe essere molto utile portare i militari israeliani in Sud Africa a visitare il cimitero del villaggio rurale di Qunu. Qui troveranno la tomba di Nelson Mandela, premio Nobel per la pace nel 1993 ma, soprattutto, grande uomo che combatté dando tutto sé stesso per la liberazione e l’indipendenza del proprio Paese. Un lascito indimenticabile di Mandela fu la creazione della cosiddetta “Commissione per la Verità e la Riconciliazione”, grazie alla quale fu possibile la transizione meno traumatica possibile verso uno Stato libero, che si lasciasse alle spalle gli orrori dell’apartheid. Mi rendo conto che il Sud Africa non spalancherà volentieri le braccia a cittadini di Israele che per molti anni, mentre il mondo condannava il regime razzista di Pretoria, intessé intensi e proficui rapporti di collaborazione civile e militare, ma i sudafricani hanno dimostrato in molte occasioni di aver un grande cuore. Penso che gli ufficiali israeliani, uomini e donne, abbiano molto da imparare da un uomo che, dopo 27 anni di galera, non pronunciò verso i suoi persecutori la parola “vendetta” ma la parola “riconciliazione”.

(La foto di copertina, fatta da Avarham Vared, mostra ufficiali israeliani del Battaglione aviotrasportato 890 nel 1955. Si riconoscono tra gli altri il tenente generale Moshe Dayan, in piedi, terzo da sinistra e il tenente colonnello Ariel Sharon, in piedi, secondo da sinistra).

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