“Cosa significa oggi essere fratelli e sorelle d’Italia?” ha detto il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Gualtiero Bassetti parlando il 23 giugno 2020 nella cerimonia commemorativa del Sindaco di Rocca di Papa, Emanuele Crestini, deceduto il 20 giugno a seguito delle ustioni riportate dieci giorni prima mentre operava per mettere in salvo i propri concittadini dall’incendio seguito a un’esplosione di gas nel palazzo comunale. “Vuol dire senza dubbio avere una storia, una lingua, una fede e una cultura comune. Ma significa anche prendersi cura degli altri, dei più deboli, dei più fragili, dei più emarginati che non sono soltanto individui o scarti della società, ma sono addirittura nostri fratelli. È un legame forte quello che ci unisce, è di fondamentale importanza non smarrirne il significato in questo tempo di crisi”.

Riportiamo di seguito il testo del suo intervento alla cerimonia, svoltasi nel Centro Mondo Migliore di Rocca di Papa, con la partecipazione, tra gli altri, anche del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Queste parole di Gesù tratte dal Vangelo di Giovanni ci introducono meravigliosamente a questa giornata in memoria del sindaco Emanuele Crestini.

Un uomo delle istituzioni, un rappresentante del popolo, un laico, che nell’esercizio delle sue funzioni ha saputo mostrare all’Italia intera cosa significa servire il proprio Paese con senso di lealtà, di sacrificio totale e di amore verso l’altro. Lealtà, sacrificio e amore: tre parole che non si riferiscono a bandiere consunte del passato ma a valori e virtù che rappresentano, oggi più di ieri, il cuore pulsante del nostro stare insieme, della nostra comunità.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricordando la figura del sindaco di Rocca di Papa, ha giustamente detto che Emanuele Crestini ha saputo incarnare il volto “nobile” dell’Italia, il volto dell’altruismo e del dovere. Un dovere e un altruismo che rappresentano oggi una grandissima testimonianza per il nostro Paese. Una testimonianza civile che ci permette di sottolineare con forza cosa è autenticamente la politica: la politica è una missione da compiere al servizio del Paese e non un’avida conquista del potere; è la ricerca del bene comune e non di un arricchimento personale; è un’azione di carità verso il popolo e non una mera volontà di potenza. Paolo VI definì la politica come la più alta forma di carità. E “la carità, che vuol dire amore fraterno – continua papa Montini – è il motore di tutto il progresso sociale”.

Oggi, commemorando il sindaco di Rocca di Papa che per ultimo ha lasciato il suo posto di lavoro solo dopo essersi preso cura di tutti, noi ci interroghiamo sul significato profondo della parola “fraternità”. Cosa significa oggi essere fratelli e sorelle d’Italia? Vuol dire senza dubbio avere una storia, una lingua, una fede e una cultura comune. Ma significa anche prendersi cura degli altri, dei più deboli, dei più fragili, dei più emarginati che non sono soltanto individui o scarti della società, ma sono addirittura nostri fratelli. È un legame forte quello che ci unisce, è di fondamentale importanza non smarrirne il significato in questo tempo di crisi.

Io sono infatti convinto che così come Crestini ha testimoniato con il suo sacrificio questa ricerca incondizionata del bene comune, anche moltissimi amministratori pubblici, in questo difficile periodo caratterizzato dalla pandemia, hanno reso onore a questo spirito di servizio prodigandosi senza risparmio per i propri cittadini. Sono tante le testimonianze di quest’Italia “nobile” che ha dato tutta sé stessa per cercare di dare una risposta alle grandi difficoltà sanitarie e che si è presa cura dei più deboli e dei più fragili con amore e responsabilità.

Accanto agli operati sanitari, ai medici e agli infermieri, non dobbiamo dimenticarci di tutti gli uomini delle istituzioni che con profondo senso civico si sono adoperati affinché la vita pubblica potesse continuare a svolgersi senza impedimenti. A tutti loro va il mio ringraziamento di pastore e di cittadino.

Senza dubbio, questo 2020 è un anno che ricorderemo: mai era accaduto nella storia dell’umanità che così tante persone in tante parti del mondo si trovassero unite nell’affrontare un così grave problema come la pandemia. Una delle conseguenze di questa pandemia è stata quella, come forma di responsabilità e tutela degli altri e anche propria, di rimanere a “casa”, e poi di continuare a rimanere a una certa distanza fisica dagli altri.

Un ultimo pensiero, proprio qui da Rocca di Papa, voglio rivolgerlo a tutti coloro che nel nostro paese o nel mondo, una casa dove rimanere non l’hanno più, o non l’hanno ancora. Il 20 giugno è stata celebrata la Giornata mondiale del rifugiato e purtroppo i dati diffusi dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite hanno confermato quanto temevamo: le persone che nel mondo sono state costrette a lasciare la loro casa, e a volte anche il loro Paese, per salvare la vita, sono nel corso del 2019 drammaticamente cresciute.

In un anno siamo passati da circa 70 milioni di rifugiati e sfollati nel mondo, a circa 80 milioni, un numero che non è mai stato così alto dopo la seconda guerra mondiale e che non era mai cresciuto così tanto: 9 milioni di nuovi rifugiati e sfollati in un solo anno. È importante ricordare questa drammatica realtà proprio qui a Rocca di Papa dove nel centro del “Mondo Migliore” sono stati accolti più di 150 migranti, molti dei quali sono minori.

Sento come ferite del cuore a cui porre rimedio le pratiche di respingimento di coloro che fuggono dalla Libia o che cercano di raggiungere l’Italia via terra attraverso la Slovenia.

Spero che questa nuova fase che si apre, mentre si va spegnendo la pandemia da COVID-19, non sia solo di riapertura ma anche rigenerativa dei nostri cuori, e trovino finalmente spazio politiche adeguate e pratiche di accoglienza ed integrazione diffusa nel nostro Paese.

Voglio concludere questo mio breve intervento con le parole da cui ero partito: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Ecco, cari amici e amiche, teniamo sempre a mente queste parole quando pensiamo alla figura di Emanuele Crestini e all’esperienza di accoglienza di Rocca di Papa.

Perché per i cristiani l’eroe non è colui che conquista o detiene il potere, non è colui che uccide il nemico in battaglia e che viene glorificato per questo atto di potenza. Per i cristiani la più importante testimonianza è un atto di amore che porta al martirio. Senza incedere in una retorica vuota, noi possiamo ben dire che l’ultimo gesto di vita terrena di Emanuele Crestini è stato indubbiamente un atto di amore.

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